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Egregio Direttore,
Leggo le parole dell’assessore ai servizi sociali Dimaggio e non posso che sorridere, non solo per la pochezza del discorso, nato da premesse roboanti ( addirittura si cita Aristotele) ma soprattutto per il tentativo ormai diffuso nel nostro Paese, di rovesciare la realtà per veicolare messaggi privi di sostanza e contrari al buon senso.
La discriminazione alla quale si riferisce Dimaggio sarebbe, ça va sans dire, quella femminile, forse preda del patriarcato ancora presente in Italia e realizzatasi quasi come un “ manifesto maschilista” nella canzone vincitrice di Sanremo:” Fino a che Sanremo lo vince una canzone degli anni ‘50, piena di stereotipi, c’è ancora molto da lavorare sul pregiudizio».
A mio avviso, invece, il problema non sono i “ linguaggi subdoli”, dei quali DiMaggio parla, bensì quelli espliciti, che trattano di violenza di genere quando non c’è e di prevaricazione maschile sul femminile quando non esiste, oppure che fanno dell’uomo un mostro a prescindere, annichilendo e decostruendo la famiglia naturale, ecc.
Se davvero si vuole offrire un’analisi utile per la nostra società, serve sottolineare la scomparsa dell’uomo, della figura paterna, fagocitata dalle rivendicazioni femministe, quelle sì violente e aggressive.
L’assessore dovrebbe chiedersi come ripristinare un clima di serenità e non mestare nel solito torbido, trito e ritrito preconcetto, del secolo scorso.
Qualora la “ rivoluzione” partisse da una canzone, votata a furor di popolo, sarebbe il caso di fermarsi a riflettere per capire dove stia andando la società, non dove una certa parte politica vorrebbe andasse.
Prof. Vittoria Criscuolo. Varese
Vicepresidente Comitato Pro-life insieme
www.prolifeinsieme.it
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