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L’aborto farmacologico con la pillola RU 486 (Mifepristone) è descritto dai suoi sostenitori come sicuro ed efficace, ma la realtà dice un’altra cosa.
La RU-486 (la cosiddetta “pillola abortiva”, nome commerciale Mifegyne), contiene il principio attivo Mifepristone, farmaco utilizzato per l’interruzione farmacologica volontaria della gravidanza (IVG) nelle prime settimane di gestazione, solitamente fino alla nona settimana. Agisce bloccando i recettori del progesterone, l’ormone indispensabile per il mantenimento della gravidanza, causandone così l’interruzione. La procedura abortiva viene completata con l’assunzione, 24-48 ore dopo quella del Mifepristone, di Prostaglandine (solitamente Misoprostolo per via orale o Gemeprost per via vaginale) che provocano contrazioni uterine e quindi l’espulsione del prodotto del concepimento.
Nell’ agosto 2020, successivamente ad un parere del Consiglio superiore di sanità, l’AIFA emanava una delibera che estendeva fino a 9 settimane dall’inizio della gravidanza l’utilizzo di RU 486, fino ad allora limitato a 7 settimane, permettendone inoltre, in contraddizione con la legge 194, la somministrazione in Day Hospital, ambulatori pubblici o consultori.
Attualmente circa la metà degli aborti in Italia sono farmacologici.
I difensori dell’aborto farmacologico sostengono che sia un metodo sicuro ed efficace: ma è proprio così?
Nel 2025 è stato pubblicato sulla rivista Ethics and public policy center uno studio condotto su 865.727 aborti farmacologici registrati dal 2017 al 2023, che ha documentato, nei 45 giorni successivi all’assunzione di Mifepristone, la presenza di effetti avversi, definiti severi, nel 10,93% delle donne, tra cui infezioni (1,34%), sepsi (0,10%), emorragie (3,31%); 1257 donne (0,15%) hanno necessitato di trasfusioni; il 4,66% delle donne si è recato in Pronto Soccorso, lo 0,66% ha avuto un ricovero ospedaliero;24.563 donne (2,84%) sono state sottoposte a revisione chirurgica per aborto incompleto.
La conclusione degli autori è che, nel mondo reale, il tasso di complicanze per aborto farmacologico è nettamente superiore (in questo studio di ben 22 volte) allo 0,5% segnalato nei lavori scientifici preliminari.
Dati ufficiali del Servizio Sanitario Nazionale inglese (NHS) dicono che in soli 5 anni più di 54.000 donne sono state ricoverate in ospedale per complicanze legate all’aborto farmacologico.
Nel mondo occidentale (non abbiamo dati su paesi dove l’aborto farmacologico è comunemente utilizzato come India o Cina) sono stati segnalati dall’ FDA 36 decessi secondari all’assunzione di RU 486: una mortalità 10 volte superiore a quella dell’aborto chirurgico.
Perché le complicanze della pillola abortiva sono sottostimate? Perché una così marcata discrepanza tra vari lavori? National Right to Life, un gruppo pro vita statunitense, ha pubblicato nel settembre 2025 un rapporto che risponde a queste domande; in primo luogo i fornitori e promotori di pillole abortive suggeriscono alle donne di nascondere le complicanze legate all’uso del mifepristone all’accesso in ospedale, fingendo di aver avuto un aborto spontaneo (vedi sito web di AidAccess, organizzazione che fornisce le pillole abortive via posta); la seconda componente sottolineata dal rapporto è il comportamento dei media, che per la gran parte seguono la narrazione dell’industria dell’aborto, tendente appunto a minimizzare gli effetti avversi o ad attribuirli ad altre cause; in terzo luogo in molti studi è fuorviante la classificazione della gravità degli effetti avversi, per cui vengono definite “minori” anche complicanze che richiedono intervento chirurgico (si veda per esempio lo studio pubblicato da U. Upadhay nel 2015 sulla rivista scientifica Obstetrics and Gynecology)
In conlusione: RU 486: un aborto tutt’altro che facile.
Dott. Giovanni Viviani medico
Comitato “ Pro-life insieme “
