Polonia e legge di aborto: nessuna vita è un errore, neanche quella imperfetta

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IL VIDEO DI RAGAZZE CHE MANIFESTANO sotto la pioggia, con tanto di cartelli, per rivendicare il diritto all’aborto libero, mi fa tristezza.
Cosa spinge queste giovani donne a tanta ribellione?
La Polonia ha scelto di condannare l’interruzione di gravidanza salvo per situazioni specifiche gravi.
E questa è semmai una conquista da difendere.

UN PAESE CHE DECIDE DI DIRE SÌ alla vita, nonostante il feto possa presentare malformazioni, in realtà afferma una cosa semplice ma rivoluzionaria:
non si può eliminare una vita perché imperfetta.
Nei cosiddetti paesi civili invece si fa esattamente l’opposto.
L’aborto per malformazioni è ormai una prassi.
Il 98% dei bambini con sindrome di Dawn diagnosticata, infatti non esiste più.
È questo il progresso?
Decidere di non fare nascere un bambino, in quanto portatore di qualche disabilità, non è sinonimo di modernità. È sinonimo di inciviltà.
E uno Stato che questo lo capisce è uno Stato che ha inteso che l’aborto non genera libertà ma solitudine.

QUELLO DELLA VITA, che vale la pena di essere vissuta solo se bella, perfetta, sana, è l’inganno più mostruoso della nostra epoca.
La dignità di ogni vita non dipende dalla perfezione ma dall’essere.
Io sono perciò valgo.
Non valgo perché ho una serie di attributi preziosi, valgo semplicemente in quanto ci sono.
Con le mie imperfezioni, malattie, fragilità.
Se veramente vogliamo parlare di diritti allora parliamo di questo: del diritto a poter nascere anche se portatore di disabilità.
I bambini non si possono selezionare come si seleziona la merce al supermercato.

LA VERA OPPRESSIONE non sta in una legge che protegge la vita.
Sta piuttosto in una società che rende di fatto impossibile accogliere la vita, soprattutto se costellata di complicazioni, che spaziano in più direzioni.
Un aborto non è mai una festa.
È semmai una sconfitta.
Una sconfitta che produce dolore e morte.
Chiamare la morte di un bambino, il diritto della mamma di gestire il proprio corpo, è un inganno linguistico che non può ergersi a vessillo.
Se quelle ragazze capissero, che il loro manifestare è in realtà un’arma letale, non solo contro il loro figlio, ma anche contro se stesse, forse si farebbero qualche domanda.
Perché non esiste una donna felice di aver eliminato il proprio figlio nel grembo.
Non esiste una donna che, anche a distanza di anni, non paghi in termini di rimorso, magari rimosso, quella scelta difficile.
Quella che lo stato polacco cerca di difendere non è una legge ma è il concetto che ogni vita vale.
Quale conquista più grande di questa?

Angela D’Alessandro. Bolzano
Prolife insieme
www.prolifeinsieme.it