Maternità surrogata e orrore contro i bimbi, di Don Francesco Giordano

Quando la nascita diventa un contratto: il caso della California e la verità sulla maternità surrogata

Le recenti notizie provenienti dalla California hanno scosso profondamente l’opinione pubblica. Le autorità hanno scoperto ventuno bambini — molti dei quali nati tramite maternità surrogata — costretti a vivere in condizioni gravemente degradanti. Il caso, attualmente oggetto di indagini per abuso, negligenza e possibile tratta di esseri umani, è sconvolgente. Sarebbe però un grave errore liquidarlo come una semplice anomalia criminale, come un’eccezione isolata estranea alla pratica stessa della surrogazione.

Al contrario, quanto emerso rivela con crudezza i problemi morali strutturali insiti nella maternità surrogata. Ciò che appare come un caso estremo non è una deviazione accidentale, ma il risultato coerente di un sistema che assoggetta la generazione umana alla logica del contratto. Quando la nascita diventa oggetto di accordi, pagamenti e prestazioni da consegnare, il bambino rischia inevitabilmente di essere percepito non come un soggetto, ma come un prodotto.

La vita pianificata e l’errore antropologico

Il filosofo Jürgen Habermas, nel suo volume Il futuro della natura umana, avvertiva che la disponibilità tecnica della vita modifica radicalmente il modo in cui comprendiamo noi stessi come membri della specie umana. Quando la vita è pianificata, esternalizzata e “consegnata”, il suo significato personale e relazionale si svuota. Il caso californiano mostra cosa accade quando il legame tra generazione, amore e responsabilità viene spezzato. Gli abusi scoperti non sono incidenti casuali, ma conseguenze patologiche di un errore antropologico più profondo.

Povertà, consenso e falsa libertà

I sostenitori della maternità surrogata fanno spesso appello alla “libera scelta” delle donne che vi partecipano. Ma questo argomento crolla sotto un esame etico serio. Molte donne che accettano di diventare madri surrogate lo fanno in condizioni di grave difficoltà economica. Il loro consenso può essere formalmente valido sul piano giuridico, ma è moralmente viziato.

Benedetto XVI, nell’enciclica Caritas in veritate, ricorda che la povertà può “privare le persone della libertà di esercitare una scelta responsabile” (n. 25). Quando è in gioco la sopravvivenza, la scelta diventa una forma di coercizione esercitata dalle circostanze. Parlare di “empowerment” in questi casi significa confondere l’autonomia con lo sfruttamento.

Non si tratta di accusare le donne coinvolte, ma di denunciare un sistema che trae profitto dalla loro vulnerabilità, rivestendosi di un linguaggio di diritti e libertà. Come ha osservato il filosofo politico Robert E. Goodin, la responsabilità morale ricade soprattutto sulle strutture sociali che espongono i più deboli a rischi maggiori. Una pratica che funziona grazie alle disuguaglianze economiche non può mai dirsi moralmente neutra.

La guerra e la logica della “consegna”

La guerra in Ucraina ha reso questa logica tragicamente visibile. Mentre cadevano le bombe e la popolazione fuggiva, alcune agenzie di maternità surrogata si affrettavano non tanto a proteggere donne e bambini, quanto a garantire la “consegna” dei neonati ai committenti stranieri. Papa Francesco ha condannato senza ambiguità questa pratica nel suo discorso al Corpo Diplomatico del 2024, definendo la surrogazione una grave violazione della dignità della donna e del bambino, fondata sullo sfruttamento della vulnerabilità materiale.

La guerra non ha creato questa distorsione: ha semplicemente tolto il velo retorico, mostrando la verità. Quando la vita è prodotta per contratto, anche la catastrofe diventa un inconveniente logistico.

Perché la maternità surrogata è intrinsecamente immorale

Da una prospettiva cattolica — ma anche più ampiamente umana — la maternità surrogata è moralmente inaccettabile per tre ragioni fondamentali:

1. Frammenta la maternità, separando dimensioni genetiche, gestazionali e relazionali che naturalmente appartengono a un’unica esperienza.
2. Strumentalizza il corpo della donna, riducendolo a mezzo per realizzare il progetto di altri.
3. Oggettivizza il bambino, che diventa l’esito di un contratto e non il frutto di un atto personale di amore.

Il Magistero della Chiesa è chiaro e coerente su questo punto. Donum vitae afferma che la maternità surrogata “costituisce una mancanza oggettiva agli obblighi dell’amore materno” (II, A, 3), mentre Dignitas personae ribadisce che “il figlio non è qualcosa che è dovuto, ma un dono” (n. 16). Non si tratta di semplici affermazioni confessionali, ma di una visione coerente della dignità umana, che riconosce la procreazione come inseparabile dalla comunione personale e dalla responsabilità.

Desiderio di genitorialità e limiti morali

Il desiderio di avere un figlio è profondamente umano e spesso doloroso quando rimane insoddisfatto. La Chiesa non ignora questa sofferenza. Tuttavia, è necessaria una distinzione fondamentale: un figlio può essere desiderato, ma non rivendicato come un diritto. San Giovanni Paolo II lo afferma con chiarezza in Evangelium vitae: “Il figlio non può essere considerato come un oggetto di possesso” (n. 92).

Quando il desiderio si trasforma in pretesa, la logica del dono cede il passo alla logica della produzione, e i più deboli ne pagano il prezzo. La compassione per l’infertilità non può mai giustificare pratiche che violano la dignità altrui.

La falsa alternativa della surrogazione “altruistica”

Alcuni sostengono che la cosiddetta surrogazione “altruistica”, priva di compenso economico, sarebbe moralmente accettabile. Ma questo argomento non tocca il cuore del problema. Anche in assenza di denaro, rimangono intatti la rottura del legame madre-figlio e la strumentalizzazione della procreazione. Come osserva la bioeticista Margaret Somerville, la gravidanza viene comunque ridotta a un servizio separabile dal rapporto materno. Il problema non è solo economico, ma antropologico.

Le conseguenze culturali

La maternità surrogata produce effetti che vanno ben oltre i singoli casi. Rafforza una mentalità in cui la possibilità tecnica viene scambiata per legittimità morale. Benedetto XVI, nel suo discorso al Bundestag tedesco del 2011, metteva in guardia proprio da questa confusione. Quando la vita è trattata come un prodotto, anche il linguaggio della dignità finisce per svuotarsi di senso.

Chi paga il prezzo?

Alla fine, tutti ne escono impoveriti: le donne ridotte a funzioni biologiche, gli uomini a soggetti contrattuali, i bambini a merci. Come ricordava Immanuel Kant, l’essere umano non deve mai essere trattato soltanto come mezzo, ma sempre anche come fine.

La maternità surrogata non rappresenta un progresso della libertà umana, ma una regressione nella comprensione della dignità dell’uomo. Una società che accetta la produzione contrattuale dei figli mina le basi stesse che pretende di difendere. Come hanno ripetutamente ricordato i Pontefici, il figlio non è mai un diritto, ma sempre un dono. Dimenticare questa verità significa smarrire, poco a poco, il senso stesso dell’umano.

Prof. Don Francesco Giordano

Presidente del Comitato “ Pro-life insieme “

http://www.prolifeinsieme.it