Carissimi
Rivolgo un saluto grato a tutti voi, agli organizzatori di questa bella giornata di riflessione su questo tema così importante e in particolare a Federvita Piemonte.
Leggendo il titolo che è stato dato al mio intervento “Maschio e femmina li creò” mi sono subito venute in mente due fonti da cui attingere: la prima, la lunga serie di discorsi di San Giovanni Paolo II che vanno sotto il titolo di “Teologia del corpo” e la seconda, il documento scritto da mons. Suetta, vescovo di Ventimiglia – San Remo, in occasione della chiusura del Giubileo 2025 dal titolo “Pane, non pietre”. Per questo nella prima parte prenderò soprattutto dalla sapienza di questo gigante del XX secolo e nella seconda parte proporrò a partire da esse alcune riflessioni sull’attualità desunte dalla lettera pastorale del vescovo Suetta.
Ma entriamo subito nel merito. Jason Evert, nel suo libro, che consiglio a tutti, “Saint John Paul The Great – His five loves” ovvero “San Giovanni Paolo il Grande – i suoi 5 amori” delinea quali sono, appunto, i 5 grandi amori del pontificato di questo grande santo, ovvero i 5 grandi capisaldi della sua spiritualità e del suo magistero.
Apro una breve parentesi: Jason Evert e sua moglie Crystalina sono degli speaker americani molto interessanti perché portano avanti da tempo un progetto chiamato “Chastity project” attraverso il quale parlano ai giovani attraverso libri, conferenze e incontri nelle scuole sul fidanzamento, l’essere genitori, la purezza, il dono della castità prematrimoniale e le sfide contemporanee legate alla sessualità come la pornografia e l’identità di genere. Sul loro sito chastity.com potete accedere a tanti contenuti online, mentre alcuni loro libri sono stati tradotti anche in italiano.
Dicevo, Jason Evert indica l’amore umano come uno dei 5 amori di Giovanni Paolo II il quale, in “Varcando la soglia della speranza”, afferma che da giovane sacerdote aveva imparato ad amare l’amore umano. Fu lui infatti a iniziare a Cracovia i primi corsi di preparazione al matrimonio della sua diocesi e da giovane egli, appassionato di teatro, scrisse uno spettacolo teatrale dal titolo “La bottega dell’orefice” che è di fatto una meditazione sul sacramento del Matrimonio. Da giovane sacerdote spese infinite ore a consigliare coppie di fidanzati o di sposi, a portare con sé in gite nella natura gruppi di giovani per discutere sulle tematiche legate al piano di Dio sulla sessualità e l’amore umano.
Tutti questi anni di riflessione ed esperienza sul campo confluiranno poi nel libro “Amore e responsabilità” e, soprattutto, in quella che oggi definiamo “La teologia del corpo”. Sotto questo nome intendiamo una serie di ben 129 udienze del mercoledì tenute tra il settembre 1979 e il novembre 1984 che hanno come oggetto proprio l’amore umano, l’uomo come essere corporeo e sessuato, il matrimonio e il celibato. Interrogarsi sul senso del corpo ci porta dal corpo al mistero della differenza sessuale, dalla differenza sessuale al mistero della comunione in “una sola carne”, dalla comunione in “una sola carne” al mistero della comunione di Cristo con la Chiesa. Da qui poi si arriva al più grande dei misteri, ovvero l’eterna comunione di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo.
Partendo quindi dalla meditazione sull’uomo e la donna come esseri corporei e sessuati san Giovanni Paolo II ci conduce alla contemplazione della Trinità. In questo breve intervento non posso soffermarmi su tutto, anche perché non sono in grado di parlarne in maniera così approfondita, ma cercherò di dare comunque alcuni assaggi che spero possano aiutare quanto meno a fare nascere il desiderio di scoprire di più.
Il punto di partenza è che il corpo non è semplicemente qualcosa di bio-logico ma è anche qualcosa di teo-logico e questo lo possiamo vedere dal mistero della differenza sessuale e dalla chiamata dei due a diventare “una sola carne”. Cristo infatti ci insegna che la nostra vita e la nostra morte hanno significato nell’amore fino alla morte, nell’amarci come lui ci ha amato: questa vocazione, ecco la grande intuizione di JPII, Dio la ha iscritta nei nostri corpi creandoci come maschi e femmine e chiamandoci a diventare “una sola carne”.
Per parlare di questo JPII non parte in maniera moralistica puntando il dito e dicendo cosa l’uomo sta sbagliando e come dovrebbe invece fare, ma piuttosto parte da ciò che l’uomo è e che invece ha dimenticato. Così quando una persona capisce che è creata a immagine e somiglianza di quel Dio che è amore, allora capirà anche come deve vivere e allora la moralità sessuale significherà riscoprire la nostra identità profonda di creature create a immagine e somiglianza di Dio.
Tutti noi guardando un cielo stellato, la perfezione di un fiore, la bellezza di un animale possiamo cogliere un frammento della bellezza e della grandezza di Dio: eppure esiste qualcosa che più di ogni altra è segno di Dio e ci manifesta la sua grandezza e questa è l’uomo, creato, a differenza delle altre creature, “a sua immagine e somiglianza”. Così nella visione di JPII il corpo umano diventa “sacramento”, ovvero segno che in qualche modo rende visibile il mistero dell’invisibile di Dio. Nel nostro essere maschi e femmine e nella nostra chiamata a una comunione feconda, il corpo umano diventa segno della presenza di Dio e più impariamo a leggere questi segni più entriamo in questo mistero grande di Dio.
Afferma il Papa: «Il corpo, infatti, e soltanto esso, è capace di rendere visibile ciò che è invisibile: lo spirituale e il divino. Esso è stato creato per trasferire nella realtà visibile del mondo il mistero nascosto dall’eternità in Dio, e così esserne segno. Dunque, nell’uomo creato ad immagine di Dio è stata rivelata, in certo senso, la sacramentalità stessa della creazione, la sacramentalità del mondo. L’uomo, infatti, mediante la sua corporeità, la sua mascolinità e femminilità, diventa segno visibile dell’economia della Verità e dell’Amore, che ha la sorgente in Dio stesso e che fu rivelata già nel mistero della creazione.»
Alcuni nella società contemporanea quando si parla di queste cose dicono: “ma insomma smettetela, voi volete riportare il mondo al Medioevo…”. Nient’affatto! Noi vogliamo riportarlo ad ancora prima del Medioevo… al principio! Ascoltiamo infatti cosa dice il Signore davanti alle domande capziose dei farisei: “Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: «È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?». Egli rispose: «Non avete letto che il Creatore da principio li fece maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne? Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto». Gli domandarono: «Perché allora Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e di ripudiarla?». Rispose loro: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; all’inizio però non fu così. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di unione illegittima, e ne sposa un’altra, commette adulterio».” (Mt 19,3-8)
Giovanni Paolo II inizia proprio da questo brano la sua riflessione e accoglie l’indicazione di Gesù di tornare “al principio”, ovvero alla Genesi dove viene narrata la creazione dell’uomo e della donna in due racconti diversi.
• Gen 1,27-28. «E Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e Dio disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra”».
• Gen 2,21-25. L’uomo è solo e tra gli animali non trova qualcuno che gli corrisponda. «Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e richiuse la carne al suo posto. 22Il Signore Dio formò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. 23Allora l’uomo disse: “Questa volta è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne. La si chiamerà donna, perché dall’uomo è stata tolta”. Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne. Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, e non provavano vergogna.»
Nel secondo racconto in particolare Adamo pronuncia le prime parole che sono una poesia per la sua donna e la sua attenzione si concentra sul corpo di lei, perché finalmente esso esprime una persona, non come gli animali a cui aveva dato il nome prima. Sia l’uomo che la donna, immagine di Dio sono diversi dagli animali ed entrambi son chiamati a vivere una alleanza d’amore. È questa unità che permette all’uomo di superare la sua solitudine originaria che è segno del fatto che egli è chiamato al dono di sé. L’unione umana non è quindi come l’accoppiarsi degli animali, anche se biologicamente ha degli aspetti in comune: nel disegno originario di Dio il desiderio sessuale, prima del peccato originale non era guidato dall’istinto, ma derivava dalla libertà che l’uomo aveva di amare a immagine di Dio. Era un amore in cui l’eros era espressione dell’agape. Questo è ciò che rende la sessualità, agli occhi di JPII, una realtà teologica e non solo biologica. È «espressione “sacramentale”, che corrisponde alla comunione delle persone».
Conviene a questo punto leggere integralmente ciò che afferma il Papa nella udienza del 14/11/1979
«Il racconto della creazione dell’uomo, nel capitolo primo, afferma sin dall’inizio e direttamente che l’uomo è stato creato a immagine di Dio in quanto maschio e femmina. Il racconto del capitolo secondo, invece, non parla dell’“immagine di Dio”; ma esso rivela, nel modo che gli è proprio, che la completa e definitiva creazione dell’“uomo” (sottoposto dapprima all’esperienza della solitudine originaria) si esprime nel dar vita a quella “communio personarum” che l’uomo e la donna formano. […] Possiamo allora dedurre che l’uomo è divenuto “immagine e somiglianza” di Dio non soltanto attraverso la propria umanità, ma anche attraverso la comunione delle persone, che l’uomo e la donna formano sin dall’inizio. La funzione dell’immagine è quella di rispecchiare colui che è il modello, riprodurre il proprio prototipo. L’uomo diventa immagine di Dio non tanto nel momento della solitudine quanto nel momento della comunione. Egli, infatti, è fin “da principio” non soltanto immagine in cui si rispecchia la solitudine di una Persona che regge il mondo, ma anche, ed essenzialmente, immagine di una imperscrutabile divina comunione di Persone.»
Come vediamo JPII non collega mai esplicitamente il marito, moglie e figli alle Persone della Trinità, ma con una visione audace propone che non è solo l’individuo immagine e somiglianza di Dio, ma l’uomo e la donna insieme perché la loro unione parla di una unità che è anche una differenza personale, sulla quale scende la benedizione di Dio che li rende fecondi e capaci di generare un altro da sé. In questo modo l’autentico amore tra uomo e donna, la loro stessa unione sessuale diventa una immagine terrena della vita interiore della Trinità.
E l’uomo e la donna nella loro differenza mostrano aspetti diversi dell’unicità di Dio che dona ai maschi e alle femmine una parte di ciò che è Lui stesso nella sua perfezione: all’uomo dona la sua forza, il suo essere custode, il suo essere Padre che protegge e custodisce, mentre alla donna dona di collaborare al mistero della vita, la dolcezza, la tenerezza e l’accoglienza. Anche in questo soltanto insieme, l’uomo e la donna restituiscono una immagine completa di Dio.
Scrive Christopher West: «Troppo spesso la nostra idea di sesso è stata ridotta a qualcosa di cui vergognarsi. JPII esponendo la nostra sessualità alla luce purificatrice del progetto originario di Dio, la eleva ad altezza inimmaginabili».
Per questo JPII dice che il Matrimonio è il sacramento primordiale: «in tutto il mondo non c’è immagine di Dio più perfetta, più completa. Non c’è altra realtà umana che corrisponda di più, umanamente parlando, a quel mistero divino».
Ecco perché in origine Adamo ed Eva, prima del peccato, non avevano vergogna della nudità: perché il corpo di Eva era per Adamo un invito ad amarla con un amore che era riflesso dell’amore di Dio. Un amore libero, totale, fedele e datore di vita. Prima del peccato dunque non si vedevano come oggetti per soddisfare un egoistico piacere, ma i loro corpi rivelavano che erano chiamati a fare di se stessi un dono per l’altro, di amare come ama Dio. In principio Dio ci ha donato l’eros perché fosse la capacità reale di amare come egli ama, in un dono libero e sincero di noi stessi.
Questo è alla base di ciò che JPII chiama il “Significato sponsale del corpo”. Cosa significa? «Il corpo umano, con il suo sesso, e la sua mascolinità e femminilità, visto nel mistero stesso della creazione, è non soltanto sorgente di fecondità e di procreazione, come in tutto l’ordine naturale, ma racchiude fin “dal principio” l’attributo “sponsale”, cioè la capacità di esprimere l’amore: quell’amore appunto nel quale l’uomo-persona diventa dono e – mediante questo dono – attua il senso stesso del suo essere ed esistere. Ricordiamo qui il testo dell’ultimo Concilio, dove si dichiara che l’uomo è l’unica creatura nel mondo visibile che Dio abbia voluto “per se stessa”, aggiungendo che quest’uomo non può “ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé».
L’amore è una realtà spirituale ma che si esprime e si realizza nel corpo: ecco come Dio ha iscritto la chiamata di ogni uomo all’amore sin dal principio nei nostri corpi.
Vista in questa luce diventa chiaro perché è solo nel matrimonio che Dio ha previsto l’atto sessuale: un atto libero, totale, fecondo e datore di vita non può esistere se non all’interno di una promessa sigillata davanti a Dio in cui lo sposo e la sposa diventano una sola carne ed esprimono nella loro vita questo “mistero grande”.
Il matrimonio e la procreazione non sono l’unico modo per amare come Dio ama, perché ogni volta che doniamo il nostro corpo aiutando gli altri (Come Cristo nell’Eucarestia) noi esprimiamo il significato sponsale del corpo. Così ad esempio è per chi rinuncia al matrimonio “a motivo del regno dei cieli” (Mt. 19,12) che non è un rifiuto della sessualità, ma una chiamata ad abbracciare il fine e il significato ultimo della sessualità. L’unione in una sola carne è infatti una anticipazione di qualcosa di infinitamente più grande e glorioso, ovvero l’unione eterna di Cristo e della Chiesa.
Il significato sponsale del corpo è indispensabile per capire chi siamo e chi dobbiamo essere, ovvero uomini e donne che amano a immagine di Dio.
Non è certo quello che viviamo nella vita di tutti giorni. Infatti il peccato dei nostri primi genitori ha inquinato questa visione, ha introdotto nel mondo il peccato e con esso la concupiscenza, che ci impedisce di vedere in modo naturale la dimensione sponsale del corpo, portando il sesso ad essere oggetto di brama e desiderio a vedere l’altro/a appunto come un oggetto. Ma, come afferma JPII «anche se questo significato subisce e subirà molteplici deformazioni, esso rimarrà sempre il livello più profondo, che esige di essere rivelato in tutta la sua semplicità e purezza, e manifestarsi in tutta la sua verità, quale segno dell’“immagine di Dio”. Di qui passa anche la strada che va dal mistero della creazione alla “redenzione del corpo” (cf. Rm 8)».
Proprio la redenzione del corpo è al centro dei successivi discorsi di JPII che non possiamo trattare. Ho presentato questa primissima parte della TDC di JPII solo per mostrare l’altezza tra ciò cui l’uomo è chiamato (un amore libero e liberante che gli consente di essere nel sacramento nuziale immagine di Dio) e la sua distorsione frutto del peccato che oggi si esprime in maniera ancora più estrema deturpando questa immagine iniziale.
L’ideologia gender, in particolare, che vuole convincere l’uomo che il corpo sia solo un accidente e che ciascuno può definirsi come vuole a prescindere dal dato biologico. Di fronte a queste distorsioni siamo chiamati a fare come JPII, ovvero a mostrare al prossimo la bellezza a cui siamo chiamati.
Di fronte a questo come cattolici ci viene posta davanti una sfida cioè quella di rendere ragione della speranza che è in noi (cf. 1Pt. 3,15), di annunciare Cristo, che è la Verità che rende liberi (cf. Gv. 8,32) e così liberare gli altri dalle catene del peccato e di una vita vissuta nella menzogna.
Il rischio che la società (e ahimè anche la Chiesa) di oggi corre è invece quella, secondo le parole di mons. Suetta nella sua Lettera “Pane, non Pietre”, di offrire accoglienza dove servirebbe conversione, di benedire ciò che ha bisogno di essere sanato, di accogliere senza più distinguere, come se ogni scelta e ogni stile di vita fossero equivalenti. Continua mons. Suetta: «La Chiesa è madre, non giudice severo; ma proprio perché madre non può rinunciare alla verità. Gesù ha accolto tutti, ma non ha mai banalizzato ciò che feriva la dignità dell’uomo. Alla donna adultera dice: “Nessuno ti ha condannata? … Neanch’io ti condanno; va’ e non peccare più” (cfr. Gv 8, 11). Accoglienza e richiamo al bene sono inseparabili. Oggi invece rischiamo di separare ciò che Gesù ha tenuto insieme: ci confortiamo con parole morbide che non richiamano alla vita nuova, e confondiamo la misericordia con la rinuncia a proporre il cammino del Vangelo».
Il titolo della sua lettera si rifà al brano del Vangelo in cui Gesù afferma: «Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? O se gli chiede un pesce, gli darà al posto del pesce una serpe?» (Lc. 11,11). Fuori di metafora, quando un ragazzo confuso sulla propria identità di genere o che ha commesso scelte sbagliate bussa alla nostra porta, egli ci sta chiedendo il pane della verità che può portarlo alla vera libertà. Quando invece le volte che la nostra società – o, Dio non voglia, uomini di Chiesa – di fronte al grido di figli feriti da disturbi dell’identità di genere o altre ferite della sessualità, per paura di ferire l’altro lo incoraggia nella vita che sta vivendo, non gli sta dando del pane ma una pietra.
Sto sentendo sempre più racconti dai ragazzi che seguo nei gruppi di catechismo che mi lasciano una tristezza profonda. Nelle nostre scuole capita infatti sempre più spesso che bussino alla porta di professori o psicologi dei ragazzi che dicono di sentirsi donna e che in realtà loro sono una femmina intrappolata nel corpo di un maschio. Si tratta di ragazzi che nella stragrande maggioranza vengono da situazioni famigliari distrutte, che si trovano a vivere con patrigni o matrigne che li maltrattano, di genitori che li mettono da parte consegnandoli a questo o a quel parente come se fossero pacchi¹.
Questi ragazzi si trovano di fronte per la maggior parte dei casi adulti che invece che ascoltare il loro grido di aiuto danno loro una pacca sulla spalla e danno loro ragione. Dicendo loro che l’unica soluzione per stare bene è abbracciare il loro essere femmine nel corpo di maschi o viceversa, facendosi chiamare con un nome del sesso opposto e poi a iniziare un cammino che attraverso i bloccanti della pubertà e poi devastanti operazioni chirurgiche li porterà a deturpare il proprio corpo per assomigliare a quello del sesso opposto.
Così invece del pane della verità, invece di aiutare questi ragazzi a capire l’origine del loro malessere che li porta a sentire queste pulsioni, diamo loro una pietra che non solo non li sfama, ma li schiaccia a terra sempre di più, portando a devastanti conseguenze per la vita psicologica e spirituale.
Un esempio lampante di questo è quello di Luka Hein. L’anno scorso Pro Vita e Famiglia ha portato in Italia per una serie di conferenze questa ragazza di 22 anni originaria del Nebraska, che a 14 anni ha intrapreso un percorso di terapie ormonali per “diventare maschio” arrivando fino a subire una mastectomia totale a soli 16 anni.
Ha dichiarato: «Sono stata ingannata dalla comunità Lgbtqia+, che ai miei disagi da adolescente, alla mia confusione, alle mie paure ha risposto con la dittatura del pensiero unico, con l’unica e sola strada dell’ideologia gender senza neanche ipotizzare per me alternative o strade diverse da quella della transizione di genere. Ecco dunque che attivisti, medici faziosi e quelli che credevo amici mi hanno spinto a cambiare genere, ad assumere farmaci, ad arrivare alla doppia mastectomia addirittura a 16 anni e hanno letteralmente ricattato i miei genitori, facendo loro credere che se non fossi diventato un uomo sarei finita per essere una donna morta, magari forse suicida. Tutto ciò è capitato a me ma succede quotidianamente a migliaia di giovani, vittime dell’approccio affermativo. È disumano – ha sottolineato sempre – dire a una persona che il suo corpo è quello sbagliato». Oggi la Hein urla al mondo la sua storia per evitare che altre persone cadano in questa trappola e sta intraprendendo un difficile percorso di reversione per cercare di riappropriarsi delle caratteristiche fisiche femminili che ha perduto come la voce, il seno, le stesse mestruazioni.
Questi ragazzi ci chiedono il pane della verità, una verità che può portarli a intraprendere in un percorso faticoso ma necessario di verifica di cosa nella loro vita li sta effettivamente affliggendo. Queste persone meritano, in quanto figli amati da Dio il pane della verità e invece spesso ricevono una pietra, a volte persino da uomini di Chiesa.
Scrive mons. Suetta che spesso «siamo di fronte, nel caso delle persone omosessuali, a molte persone che, come ci insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 2358), vivono questa condizione come una prova (in fondo anche chi non lo ammette la vive così). E costoro si rivolgono alla Chiesa, che è madre e maestra, perché vedono in essa una madre in grado di dare loro una via per la felicità terrena e celeste (il pane). La Chiesa – o, più precisamente, alcuni uomini di Chiesa – tradirebbe queste persone, tradirebbe il Signore e tradirebbe la missione pastorale se invece di dare il pane della verità e della libertà porgesse la pietra dell’accomodamento, dell’inganno e dell’indifferentismo morale. In effetti una siffatta pietra è molto peggio dell’indifferenza: si tratta di un macigno, che non permette di volare verso la verità, facendo sprofondare nella tristezza del peccato. Indifferenza sarebbe fare come il mondo che dice “fai come vuoi”, qui invece abbiamo davanti chi dovrebbe amare queste persone e che invece, andando ben oltre l’indifferenza, si fa complice del male. Aiutare una persona omosessuale a vivere una vita di santità, non assecondando questa tendenza, ma coltivando una vita di preghiera nella castità e nelle amicizie buone, come dice il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 2359), corrisponde ad indicare una via non facile, ma orientata alla vera felicità, tenendo conto della dignità dell’uomo, riconoscendolo capace, con l’aiuto della grazia, di seguire i comandamenti e non ritenendolo come un animale in balia di istinti incontrollabili: “Questo comando che oggi ti do non è troppo alto per te, né troppo lontano da te. Non è nel cielo… Non è al di là del mare… Anzi, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica” (Dt 30,11-14).»
È tragico che di fronte a queste persone, che sono i piccoli di cui parla il Vangelo, persone ferite dal male e provate dal dolore non si offra il pane della verità che scioglie dalle catene e permette di volare verso Dio, ma si dà loro una pietra che li schiaccia ancora di più a terra. «In questo modo», afferma mons. Suetta, «veramente si scandalizzano questi piccoli e non si può dimenticare quello che Gesù dice di chi da scandalo: “è meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare” (Mc 9, 42).»
In questo modo non si indica un cammino di verità e nemmeno di felicità che non può esistere fuori dalla verità, ma solo una sua tragica illusione. Si traccia una via di menzogna che degrada in quanto non considera l’altro nella dignità di persona capace di seguire i comandamenti di Dio svilendolo quindi in qualche modo nel suo essere uomo e porta a seguire una strada che non può dare la felicità perché Dio non ci ha fatti per questo, come abbiamo visto nella prima parte.
Di fronte a questo male la tentazione per molti può essere quella di incattivirci, di inasprirci, di combattere sì la buona battaglia per la verità, ma con uno spirito che non può essere quello di chi appartiene a Cristo. È una tentazione che tutti abbiamo magari quando andiamo a convegni, dibattiti, e manifestazioni… ricordo quando partecipavo alle Sentinelle in Piedi e non era facile non arrabbiarsi quando arrivavano i contestatori che anche con la violenza tentavano di toglierci il diritto a dire la nostra posizione. Oppure quando si è a scuola o sul lavoro e si trovano colleghi completamente imbevuti di questa ideologia, la tentazione può essere quella di considerarli dei nemici da annientare in un dibattito incattivito, piuttosto che dei fratelli da convertire e portare alla luce della verità. Ricordiamoci in quei momenti che la nostra missione non è quella di vincere un dibattito ma di con-vincere, ovvero di vincere insieme a loro, di portarli con noi sulla strada della Verità che è Cristo.
Ricordiamoci allora in questi momenti la frase di Chesterton: «Il vero soldato non combatte perché odia chi ha di fronte, ma perché ama ciò che difende». Oppure, per dirla con le parole di Faramir, capitano di Gondor dell’immortale capolavoro di J. R. R. Tolkien, “Il Signore degli Anelli”: “Io non amo la lucente spada per la sua lama tagliente, né la freccia per la sua rapidità, né il guerriero per la gloria acquisita. Amo solo ciò che difendo: la città degli Uomini di Númenor”.
Nella serena certezza che combattiamo una battaglia già vinta, che militiamo sotto lo stendardo del miglior Generale che ci sia, che sa ripagare bene i suoi servi fedeli che si mettono al suo servizio per amore suo e della verità. E che il suo trionfo certo, allora come oggi e come domani, avviene non tra squilli di tromba ma nel silenzio e nell’umiltà ogni volta che un figlio amato torna tra le sue braccia di Padre che perdona.
Affidiamoci allora a Maria Santissima, l’umile Figlia di Sion che schiaccia la superbia del padre della menzogna, la quale a Fatima ci ha assicurato: “Alla fine il mio Cuore Immacolato trionferà”.
Grazie.
Don Andrea Lavelli
Comitato “ Pro-life insieme”
BIBLIOGRAFIA
• EVERT, J., Saint John Paul the Great – His five loves, Totus Tuus, Lakewood 2018.
• MARCHESINI, R., La Teologia del Corpo di Giovanni Paolo II, I Quaderni del Timone 2011.
• SUETTA, A., Pane, non pietre, Lettera pastorale per la fine del Giubileo 2025, 28/12/2025.
• WEST, C., Teologia del Corpo per principianti, Edizioni Porziuncola, Assisi 2016.
• Udienze di San Giovanni Paolo II reperibili sul sito www.vatican.va
¹ Non voglio in questa sede addentrarmi sull’origine delle pulsioni omosessuali o dei disturbi di genere ma è impressionante come anche solo l’esperienza ci mostra che nella stragrande maggioranza dei casi i ragazzi e le ragazze che sviluppano attrazioni omosessuali vengano da situazioni famigliari di questo tipo…
