Legge sul fine vita: non protegge i deboli, li abbandona. Il fallimento del modello canadese

Egregio Direttore,
Mi permetta di commentare l’articolo https://www.tempi.it/centomila-morti-di-fine-vita-in-canada/

IL CANADA CI RACCONTA che la legge sul fine vita, legalizzata dieci anni fa, ormai non protegge più nessuno.
L’avevano presentata come una legge per casi estremi.
Quindi compassionevole.
Con paletti severi, da utilizzare esclusivamente con un malato terminale, senza speranza di guarigione.
Con una sofferenza insopportabile.
Dieci anni dopo il bilancio parla di quasi 100.000 morti.

NEL 2021 è stata varata una legge che ha ampliato i criteri di valutazione, aprendo così l’accesso al suicidio assistito anche a persone la cui morte non era “ragionevolmente prevedibile” ma le cui condizioni di salute erano gravi e inguaribili.
In Canada, nel 2024, i morti sono stati 16.499, una morte su 20 è avvenuta per eutanasia o suicidio assistito.
Addirittura in alcune zone del Québec è diventata la quinta causa di morte del Paese.
Praticamente da eccezione si è trasformata in sistema.

NON C’E’ PERÒ DA STUPIRSI, la storia è e sarà sempre la stessa, purtroppo.
I paletti in Canada erano destinati, uno dopo l’altro a cadere.
Il primo paletto a cadere è stato quello che rappresentava il “requisito” per accedere alla legge, ossia quello che parlava di morte “ragionevolmente prevedibile”.
Adesso infatti si può chiedere di morire anche se non si è terminali, se si è affetti da una malattia cronica, una disabilità, una sofferenza psicologica definita ” intollerabile”.
Poi si è passati a provare a concedere il diritto ad eliminarsi anche a chi soffriva di malattie mentali come la depressione, la schizofrenia ecc.
Questo era il logico e necessario passo successivo, un allargamento dovuto.

Il 7 ottobre scorso però il governo canadese, con una repentina inversione di marcia, ha annunciato che l’allargamento non si farà.

“Il Paese non è pronto”, così si è espresso il Parlamento.
Un mea culpa però arrivato un po’ tardi, visti i cadaveri che gravano sulle coscienze di coloro che non hanno voluto ascoltare chi, con insistenza, si opponeva a quella legge iniqua.
Chi avvertiva che un’apertura così avrebbe creato una china scivolosa.
Non solo non è stato ascoltato ma è stato accusato di fare terrorismo psicologico.
Di non avere pietà verso chi soffre, di togliere dignità al malato.

OGGI PURTROPPO LE PREVISIONI catastrofiste si sono avverate.
In Canada sono emersi casi in cui hanno chiesto di poter ricorrere alla morte programmata, anche persone sole, senza casa, senza cure palliative.
Dicendo allo Stato che,”dal momento che non le aiutava a vivere con dignità, almeno le aiutasse a morire”.

Che legge è una legge che non aiuta i fragili? Che garanzie dà?
Quando per una persona disabile, anziana, depressa, povera, morire diventa più semplice che ottenere una casa, l’assistenza domiciliare, una cura, quella non è più una scelta libera.
È disperazione che lo stato provvede ad organizzare per il meglio.

IL CANADA DUNQUE deve essere per noi maestro.
Chi ha voluto con forza quella legge, contro ogni ragionevole dubbio, oggi si trova a fare i conti con 100.000 morti, con paletti divelti e fragili abbandonati.
E noi veramente vorremmo importare un modello di legge che ha fallito, nel suo scopo dichiarato, di aiutare chi soffre?
Perché una legge, magari nata in buona fede, si è in realtà allargata molto più del previsto.
Il governo ha dovuto fermarne l’estensione ai malati mentali, in quanto, si è reso conto, di aver perso il controllo della situazione.
I casi limite, è vero, sono una minoranza, ma esistono.
Persone disabili, sole, disperate che chiedono di morire, perché non vedono alternative alla loro esistenza in termini di assistenza.

APPROVANDO UNA LEGGE sul fine vita non è che ci sarà il rischio nel futuro della corsa all’eutanasia di massa.
Il rischio reale è, che una tale, delicata legge, venga approvata senza prima aver garantito a tutti le cure palliative, l’assistenza domiciliare, il sostegno economico.
Perché è questo che lo stato deve garantire a chi soffre, non indirizzarlo a morire.
Il Canada ci ha già fatto vedere come finisce.
Certo non sarà una catastrofe improvvisa ma sarà un lento e continuo allargamento dei confini.
Così la scelta di morire diventerà la risposta più facile a problemi di competenza più sociale che medica.
Dobbiamo chiederci allora una cosa.
Se lo stato approva una legge così delicata è in grado davvero di proteggere i fragili?
Se la risposta non è un ” SÌ”, certo e sicuro, la prudenza è allora necessaria perché diventa responsabilità.

Angela D’Alessandro
Prolife insieme
www.prolifeinsieme.it