NON È LA PRIMA VOLTA che si risponde ad episodi di presunta violenza con una violenza cento volte più aggressiva.
Cosa spinge, chi di fatto si sta battendo per salvaguardare certi valori, secondo la propria morale giusti, a superare in aggressività il presunto colpevole?
Questo è un paradosso al quale si possono dare svariate risposte, sia a livello morale che di strategie di difesa.
Alcuni si sentono “moralmente superiori” e talmente dalla parte del giusto, che non si rendono nemmeno conto di rispondere ad una ingiustizia (secondo loro) in modo assolutamente sproporzionato.
Attraverso le parole e talvolta anche con azioni violente.
Per quanto riguarda invece le strategie di difesa non è raro che una risposta eccessivamente rabbiosa verso chi ha idee diverse, possa in realtà nascondere impulsi aggressivi repressi, i quali trovano un canale convenzionale che li giustifica.
A QUESTO PUNTO la violenza non appare più violenza perché si è privato l’altro del ruolo di persona trasformandolo in “fascista, eretico”.
Togliendogli la dignità di essere umano e, deumanizzandolo, cadono tutti gli obblighi morali verso di lui.
Si può anche parlare di alibi morali da parte di certi contestatori.
Essi si sentono i detentori della verità e, dato che la loro battaglia è giusta, perché contempla i diritti delle donne quali la libertà, la democrazia,l’autodeterminazione, ritengono la loro risposta violenta, quasi nobilitata.
Il messaggio dell’avversario è invece considerato pura barbarie.
Quindi il diritto a non subire si trasforma in ” diritto a eliminare”.
COME DEL RESTO si fa con l’aborto.
Per liberare le donne si cancellano i bambini.
Tutto questo senza nemmeno avere coscienza, in quanto si è già deciso a priori, che l’altro non conti.
In pratica si condanna la violenza rispondendo con una violenza medicalizzata, che miete 60/70 mila vittime all’anno, nel silenzio assordante di una società ipocrita.
Che decide quale vita merita di essere protetta e quale no.
Lo schema mi pare allora essere sempre lo stesso, quando i prolife esprimono le loro idee, diverse dai collettivi femministi.
Spesso viene loro impedito di parlare, da gruppi che si spacciano per non violenti, attraverso atti violenti sia verbali che fisici.
I quali poi rivendicano l’azione giustificando il tutto come “autodifesa femminista”.
COME SI SPIEGA ALLORA che
chi condanna la violenza risponda con una violenza maggiore?
La risposta è una.
Perché è già stato assodato che se ” Io decido” che tu sei “fascista anti diritti” non meriti nemmeno di essere ascoltato, vai solo eliminato.
Quindi è giustificato bloccare, intimidire l’avversario, tanto da rendere necessaria la scorta per arrivare alla macchina.
Cosa c’è di più paradossale?
Parlare di libertà ed impedire all’altro di esprimersi.
Parlare di inclusione ma escludere il dissenso.
Parlare di non violenza ma intimidire l’altro attraverso la violenza.
Donne che si definiscono “libere e sicure” impedendo ad un’altra donna di essere libera e nemmeno sicura di parlare.
Questa è l’ipocrisia maggiore davanti alla quale moltissimi fanno finta di niente.
Angela D’Alessandro
Prolife insieme
www.prolifeinsieme.it
