Riceviamo dal Consigliere Priamo Bocchi e pubblichiamo il suo intervento in Consiglio Regionale Emilia Romagna
PDL SUICIDIO MEDICALMENTE ASSISTITO
Presidente, colleghi
Il tema di cui si occupa questo progetto di legge è delicato e complesso, interroga le nostre coscienze ed investe l’idea che la politica e le istituzioni vogliono trasmettere riguardo all’uomo e alla comunità. Per questo, per la vastità e la profondità di un tale argomento, mi ci avvicino con prudenza, nel rispetto doveroso delle opinioni, delle idee e delle sensibilità differenti dalla mia, ma con la franchezza che merita quest’aula.
Il primo sentimento che ho provato nell’ascoltare gli interventi della relatrice e di alcuni consiglieri di maggioranza è stato quello di mestizia e tristezza. Ricordo lo slogan di una vecchia campagna elettorale del PD, era il 2000… forse allora era PDS non ricordo, e del suo leader Walter Veltroni: “I care”, io mi prendo cura. Che tristezza oggi vedere la sinistra, che dovrebbe avere come missione la difesa dei deboli, dei poveri, dei più fragili, degli ultimi, passare da quel nobile slogan al celebrare come un successo, a presentare come una vittoria un progetto di legge come questo. E’ molto triste. E lo dico anche pensando a quel progetto di legge che mi vede primo firmatario, denominato “Culle per la vita” e che mira a difendere la maternità, a proteggere la sacralità della vita, da più di un anno è arenato nelle mille stanze di questa regione.
Fatta questa premessa, come dicevo, questo pdl interroga ognuno di noi sull’idea di società che vogliamo comunicare e trasmettere. Non credo che sia sufficiente rifugiarsi nell’affermazione, che ho sentito già diverse volte negli interventi, che la società fuori da quest’aula è più avanti e che abbiamo il dovere di seguirla, di assecondarla. E’ vero, lo spirito del tempo, o almeno quello che si palesa ed emerge, è pressoché univoco: in udienza conoscitiva una sola voce di dissenso si è alzata: quella del rappresentante regionale dell’associazione Pro Vita e Famiglia che ancora ringrazio. Ritengo però che esistano idee, principii, valori che debbano mantenersi ben saldi, fermi e radicati. Sicuramente monocorde è lo spirito di questa sinistra radical progressista, relativista, a vocazione “necrofila” (se mi permettete il termine) che tutto giustifica, tutto piega all’ideologia dell’Io assoluto elevato a Dio senza iniziale e al principio della suaautodeterminazione. Guardate, non si tratta solo di avere uno spirito cristiano o religioso, per quanto l’etimologia del termine “religione”, oggi considerata quasi una parolaccia, indica un tenere insieme le cose, un legame: anche una visione laica e pagana, da Seneca a Cicerone, ha sempre considerato la vita come un dovere morale e il vivere come milizia che non si può disertare. Per venire ai nostri tempi: nelle ultime settimane in Francia, a battersi con maggiore determinazione contro la legittimazione del suicidio assistito sono stati soprattutto intellettuali atei o agnosticicome Michel Houllebecq.
Ritengo ugualmente sbagliato trattare il suicidio medicalmente assistito come un fatto strettamente personale: “Chi sei tu per impedirmi di scegliere la mia morte?” Certo, si tratta di una questione profondamente personale per l’individuo che affronta gravi sofferenze o una profonda condizione di dipendenza. Ma legalizzare il suicidio assistito è invece un atto politico che riguarda tutti.
Il discorso pubblico del nostro tempo verte sempre più spesso sulle leggi, le volontà, le meccaniche legate al morire: biotestamento, eutanasia, suicidio assistito, aborto mentre si paventano catastrofi climatiche, estinzioni di specie, di flore e faune, ritorni di virus letali. Sciascia diceva che la speranza è l’ultima a morire; ora sembra che morire sia l’ultima speranza. Oggi si avverte uno spirito ostile alla procreazione, ai legami, alla vita e favorevole al libero disfarsi, al “lasciarsi andare”. Nascita, matrimonio e morte sono stati per millenni i sacri cardini della vita personale, famigliare e comunitaria. Nell’arco di pochi anni questi tre eventi decisivi sono stati depotenziati, stravolti e negati. Denatalità e aborto, crisi dei matrimoni e loro equiparazione a ogni tipo di unione, rimozione della morte e sottile desiderio di estinzione: questo il filo nero, anzi, rosso che percorre la nostra epoca e la nostra società.
Oggi non stiamo discutendo di una pratica sanitaria come le altre.
Stiamo discutendo del rapporto tra la libertà, la sofferenza, la cura e la vita.
Vorrei allora iniziare da una domanda.
Che cosa dovrebbero promettere le istituzioni ad una persona quando attraversa il momento più fragile della propria esistenza?
Immaginiamo un uomo. O una donna. Entrano in ospedale. Hanno appena ricevuto una diagnosi terribile. Sanno che la medicina non potrà restituire loro la salute. Provano paura, smarrimento.
Forse provano perfino vergogna, perché temono di essere diventati un peso per chi li ama.
In quel momento, prima ancora di una terapia, quella persona cerca una risposta a una domanda silenziosa: “la mia vita continua ad avere lo stesso valore?”
Ecco, Io credo che tutto il dibattito di oggi sia racchiuso dentro questa domanda.
Perché la risposta che le istituzioni offriranno non riguarderà soltanto quel singolo paziente, riguarderà tutti noi. Sarà il messaggio che consegniamo agli anziani, ai disabili, a chi combatte contro una malattia irreversibile.
Pensando ai giovani, voglio ricordare la vicenda di Noa, una ragazza di 17 anni, olandese (l’Olanda è uno dei Paesi. 14 sui 194 del mondo, non tantissimi, che si è dotato di una legge sul suicidio assistito) sessualmente abusata che è stata aiutata dallo Stato a togliersi la vita. Oltretutto è provato che nei Paesi del Nord Europa ed ovunque una legge di questo tipo sia in vigore, si apre la strada alla emulazione e i casi di suicidio assistito si moltiplicano. I giovani sono sempre più attanagliati da pulsione di morte, autodistruzione, disturbi alimentari, propensione ai suicidi, depressione. Sofferenze che la solitudine, la scarsa socializzazione, un certo vuoto di ideali, di fede e motivazioni rendono insopportabili. Cosa stiamo offrendo a questi giovani con questo pdl? Ai giovani come Noa stiamo dando un messaggio profondamente sbagliato, così come lo stiamo dando a chi vive la depressione, a chi teme di essere rimasto solo, a che si sente di peso, a chi soffre (la sofferenza e il dolore fanno parte della nostra vita: vanno compresi, accettati, bisogna dargli un senso ma non si possono espellere dal destino dell’uomo).
Bene, io vorrei che lo Stato dicesse a quelle persone che non sono un peso, che la loro vita continua ad avere valore, a meritare rispetto e cura. Perché la vera alternativa non è tra sofferenza e morte. La vera alternativa è tra abbandono e cura, vicinanza,presenza.
Voglio ricordare anche il caso di Ivan Tavella, 47 anni, domiciliato a Parma e residente in Calabria, affetto dalla distrofia di Duchenne. Nelle ultime ore è stato al centro di un caso: a causa di una disputa di competenza e di presa in carico tra i servizi sociali di Vibo Valentia, dove risiede, e l’asl di Parma, rischia che al 31 luglio gli venga interrotta l’assistenza necessaria per la sua sopravvivenza. Nel lanciare un disperato appello ha dichiarato: “mi negano le cure ma mi offrono il suicidio assistito.” Tutto questo deve farci riflettere.
La verità è che la dignità dell’uomo non aumenta quando è forte e non diminuisce quando è fragile. La dignità ci appartiene semplicemente perché siamo persone.
Sul piano giuridico occorre anzitutto evitare semplificazioni e il ricorso alla emotiva rappresentazione di casi estremi. Il relatore di minoranza Nicola Marcello è stato molto esaustivo e puntuale nell’affrontare questo aspetto. Io mi limito a ricordare che la norma nazionale disciplina già il ricorso alle cure palliative, alla terapia del dolore e al rifiuto dell’accanimento terapeutico.
Sono principi che condivido perché rispettano la persona, rifiutano l’idea che la medicina debba prolungare la vita ad ogni costo.
Perché riconoscono che esiste un limite oltre il quale curare non significa più accanirsi.
CONCLUSIONI
Le leggi non si limitano a disciplinare comportamenti: le leggi educano, orientano.
Le leggi contribuiscono a costruire la cultura di una comunità.
Molte norme che oggi consideriamo naturali hanno cambiato, nel tempo, il modo di
pensare della società.
Intendo ribadire il massimo rispetto per chi, partendo da presupposti differenti dai miei, sostiene questa proposta di legge, riconoscendogli la sincerità delle motivazioni.
Ma proprio perché rispetto quelle convinzioni, chiedo che venga rispettata anche la mia.
La campagna sentimental-filosofica che accompagna questo progetto di legge vorrebbe convincere che amare significhi “lasciare andare”. E invece no, la natura, la cultura, l’amore ci hanno sempre suggerito l’inverso: amare vuol dire prendersi cura (ricordo la magnifica canzone di Franco Battiato, “La cura”), è dire a chi ami (lo diceva Gabriel Marcel) “tu non morirai”. Oggi ètriste, invece, riconoscere come segno estremo di libertà tutto ciò che permette l’autodistruzione: la droga, l’aborto, il rigetto della natalità, il suicidio assistito.
C’è una frase che, in questi giorni, mi ha accompagnato più di ogni altra.
Una società non si giudica da come tratta chi è forte.
Si giudica da come tratta chi è fragile. Quando una persona non è più autosufficiente. Quando non produce. Quando dipende dagli altri, quando ha paura, quando pensa di essere diventata un peso.
È allora che lo Stato rivela il proprio volto. Può scegliere la strada della prossimità, oppure può trasmettere, anche involontariamente, il messaggio che esistono vite sempre meno degne di essere vissute. Ecco, concludo con un pensiero rivolto ancora ai nostri giovani: insegniamo loro che la vita è sempre degna di essere vissuta, che la libertà è un compito, non una prerogativa assoluta. Che la libertà di chi non ha scelto di venire al mondo non può coincidere con la libertà di darsi la morte. La canzona sopra citata di Battiato dice: “perché sei un essere speciale, ed io avrò cura di te”. Ecco, io pensando ai sofferenti, alle tante Noa, ai giovani (io ho due figlie poco più che ventenni) vorrei dire questo: “sei, continui ad essere un essere speciale ed io, noi, avremo cura di te”. La morte non è mai una soluzione.
Priamo Bocchi
Consigliere regionale Fratelli d’Italia Emilia Romagna
Per Comitato Pro-life insieme
