Canto per i bimbi abortiti: “Il giardino del Re”, del Prof. Pino Noia

Siamo fili d’erba nel giardino del re

IL GIARDINO DEL RE

“Il giardino del Re” nasce dopo la lettura dell’Evangelium Vitae. Presi la chitarra e cominciai a mettere su degli accordi che mi venivano spontanei dopo quella lettura. I pensieri si affollavano e si intrecciavano in un turbinio di sensazioni. Mi venne in mente che tutti parlavano dell’aborto volontario: politici, giuristi, medici, giornalisti, storici, intellettuali e gente comune ma un pensiero prevalse su tutto: “Cosa avrebbero detto i bambini che venivano abortiti , come si sarebbero definiti, cosa avrebbero pensato, in una dimensione fantastica, se avessero potuto parlare, se avessero potuto lanciare un appello, se avessero potuto interagire col mondo che non li accoglieva, che li rifiutava, che li uccideva, loro, innocenti nell’innocenza più pura, liberi nella loro libertà più vera, santi nella santità più reale e profonda?”.

“Siamo fili d’erba nel giardino del Re”, tali si definiscono, tali si sentono. “Il giardino del Re” è l’esistenza e ci vuole poco a intuire chi è il Re, il Signore della vita, Colui che ci chiama all’esistenza, Colui che ci conosceva prima che fossimo concepiti, Colui che ci amava “da sempre”. “Tenera riserva” altra definizione “di un incanto che è questa nostra vita che continuerà oltre le miserie della falsità”.

Osservate quante altre cose dicono: la vita viene definita un “incanto” che continuerà “oltre le miserie della falsità”.

Quante falsità, quante menzogne sull’embrione, sul feto, sulla relazione meravigliosa tra madre e figlio: menzogne scientifiche, antropologiche, ipocrisie di un pensiero pseudo-filosofico intriso della cultura del niente, abbarbicato ad una visione di libertà solo apparente e senza orizzonti di speranza che proiettano il dono della vita in una dimensione solo di morte dell’anima e del corpo. Si accaniscono sparando bombe atomiche contro piccole luci di gioia, sentendosi satolli di aver liberato “l’uomo”, ciechi della cecità più evidente, forti di un pensiero così misero che annienta la loro anima. “Il bambino non ancora nato è il più povero tra i poveri” ha detto Madre Teresa, e mi sono permesso di aggiungere che se è malformato è ancora più povero e se poi ha delle condizioni di terminalità è il massimo della povertà e al massimo della povertà, lei ha risposto col massimo dell’Amore.

“Siamo fili d’erba, noi vicino ai fiori fatti di innocenza e da grandi amori”.

I bambini abortiti vedono molto bene la differenza tra la vita e la morte, si definiscono innocenti perché lo sono veramente ed esaltano “il grande amore” di coloro che li hanno concepiti perché “ogni buon regalo viene da Dio”, dice San Paolo, e loro gridano al disegno che li ha portati all’esistenza come un frutto di grandi amori, quello di Dio che li ha voluti e quello degli uomini che con Dio ne hanno permesso l’esistenza fisica.

“E ci illuminiamo anche nel dolore quando nel silenzio ti trafiggono il cuore”. La luce che sentono e vedono nella loro pur breve esistenza, illumina l’atto abortivo di trafiggere il loro cuore, metafora dell’atto occisivo che annulla il centro propulsore della loro esistenza.

“Vita, vita, catena di meraviglie infinita. Cresce poi sale il desiderio di perdonare il male”.

La vita la vedono come una catena infinita di meraviglie ma la cosa più bella di tutta la canzone è “il desiderio di perdonare il male”: quale messaggio più alto e più cristiano ci viene dato dai bambini abortiti!

“Se amate coloro che vi amano che merito ne avete?”.

È la parte centrale della canzone: rispondere all’odio col perdono, non puntano il dito, non accusano nessuno ma hanno un desiderio crescente di perdonare il male perché è il modo più soprannaturalmente vero di fare bene a coloro che fanno male agli altri ma soprattutto a sé stessi.

“Sulla nuda terra germogliati perché questo grande orrore non ci spezzerà perché noi viviamo per l’eternità”. L’appartenere al disegno di Dio non può essere spezzato da un delitto che fanno gli uomini ma, il grido dei bambini non ancora nati, è quello di chi sa con certezza di vivere per sempre, nella gioia del Creatore.

L’ultima strofa è la più struggente ma anche la più cristianamente reale.

È un solo filo d’erba che parla e si definisce “audace”, perché pur essendo piccolo, sente tutta la forza che viene dall’Amore di Dio. Lancia una sfida contro la follia dell’indifferenza, dell’egoismo e del narcisismo sterile, della cecità e della durezza del cuore perché questo grido è molto più devastante dell’urlo di Edvard Munch poiché è un grido silenzioso di comunione con tutta l’umanità e soffre quando gli altri soffrono, gioisce quando gli altri gioiscono “perché in ogni uomo c’è la vita mia!”.

Prof. Giuseppe Noia

Comitato “ Pro-life insieme “

http://www.prolifeinsieme.it