Egregio Direttore,
QUESTO ARTICOLO non argomenta nessuna discussione pedagogica ma è solo una danza ideologica.
Con gli stessi slogan, che girano ormai da un po’, contro la l. Valditara 104/2026 sul consenso informato.
È la solita insistenza di voler entrare in classe, senza informare i genitori, di cosa verrà detto ai loro figli.
Vorrei provare allora a smontare i principi difesi dai docenti, sia con i fatti che con la retorica.
1) “È censura, non si potrà parlare di affettività”.
FALSO. È l’esatto contrario.
La legge ha semmai vietato di parlare di affettività DI NASCOSTO.
Cosa dice la legge:
” Nelle secondarie, per le attività extracurricolari e di ampliamento dell’offerta formativa su sessualità e affettività, serve il consenso scritto dei genitori almeno 7 giorni prima, con materiali allegati, nomi e curricoli degli esperti esterni.
Chi non partecipa ha diritto a un’attività formativa.
Nelle scuole dell’infanzia e nella primaria non si faranno progetti dedicati a questi temi “.
Rimane invariato tutto ciò che riguarda i contenuti di materie quali:
biologia, rispetto, contrasto al bullismo.
Quello che si vuole e si deve evitare con la l. 104/26 è tutto quella “progettistica” parallela, attraverso la quale entravano in classe associazioni, per tenere ” lezioni di ideologia indisturbate.
Dove sarebbe l’inciampo se il progetto è buono?
La firma dei genitori lo suggella semmai con l’approvazione.
2) “È troppa burocrazia, gli insegnanti rinunceranno a fare progetti”.
FALSO. È la stessa burocrazia prevista da qualsiasi progetto, gite incluse.
I genitori firmano autorizzazioni per tutto e prendono visione di costi, accompagnatori, orari, luoghi, materiali ecc..
Invece per un progetto che tocca l’intimità, il corpo e l’identità sessuale dovrebbe essere sufficiente un “fidatevi”?
Il preavviso e un modulo da firmare costituiscono il minimo sindacale del rispetto.
Se un docente rinuncia al progetto perché lo deve condividere mostrando i materiali ed il resto, il problema non è più la legge. Il problema è il progetto.
Mi fa inoltre sorridere che, chi si lamenta della burocrazia, sono coloro che hanno riempito i registri di
POF, PDP, PEI.. ecc.
Nonché di circolari e di progetti su progetti.
Adesso, guarda un po’, un foglio per i genitori diventa come la scalata del monte Bianco: invalicabile.
3) ” Così si rischia che i fragili restino indietro”.
FALSO ( e ipocrita) È il contrario.
L’articolo pensa, quasi con le lacrime agli occhi, ai poveri esclusi, che loro chiamano fragili, che resterebbero “indietro”.
Ma chi sarebbero questi fragili?
Coloro che hanno famiglie alle spalle non ideologizzate?
Io trovo che la vera violenza sia quella di esporre un ragazzino, che arriva da un vissuto con valori tradizionali, a contenuti che contraddicono l’educazione ricevuta in casa.
A me sembra in realtà che la l. 104/26 ristabilisca il dimenticato principio costituzionale, il quale all’art 30 dice che:
“È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli”.
Chi non acconsente al progetto avrà una attività alternativa.
Nessuno è marchiato.
Questa non è discriminazione è semmai pluralismo.
4) ” Viene lesa la libertà di insegnamento e l’autonomia scolastica”
FALSO.
La libertà di insegnamento non si deve e non si può confondere con la libertà di indottrinamento.
L’art. 33 della Costituzione tutela il docente dentro il programma nazionale.
Non gli consente però di trasformare l’aula in una sorta di comizio ideologico suo o di una associazione esterna.
La scuola è un servizio pubblico, il suo essere autonoma non le dà “sovranità”.
Non è proprietà dei docenti, né dei sindacati né delle associazioni.
E i primi responsabili dell’educazione dei figli restano i genitori.
5 ) ” Si indebolisce la prevenzione della violenza di genere e la diffusione delle malattie “.
FALSO. È una bugia costruita ad arte.
La prevenzione della violenza, il rispetto per le donne, il contrasto al bullismo, l’educazione alla salute restano nel curricolo e non necessitano di alcun consenso.
Sono già nei programmi ministeriali.
Quale sarebbe la differenza allora?
Che non si potrà più infilare la teoria “gender fluid” all’interno di un progetto contro il bullismo.
Per aggirare, come peraltro è successo in diverse scuole italiane, i genitori!
Scusate, ma insegnare il rispetto richiede forse l’insegnare che maschio e femmina non esistono?
6) “Ricaduta negativa su tutta la comunità. Questa non è la scuola che vogliamo”.
EBBENE, QUESTA È LA CONFESSIONE.
Di quale comunità parlano?
Non di certo di quella delle famiglie.
È invece riferito alla comunità di docenti attivisti, delle associazioni e di chi negli anni ha gestito la scuola come un feudo ideologico.
Che vede nei genitori un fattore di disturbo.
Ecco allora che, vedere un genitore come “intralciante”, è la miglior ammissione di colpa possibile.
Concludo dicendo che, non è la scuola che chiede il consenso ad essere ideologica.
È invece ideologica la scuola che lo teme, e lo sta dimostrando con questa lotta esasperata al consenso informato.
Chi lavora bene non teme la luce.
Chi al contrario teme il confronto sa benissimo che, quei progetti, evidenziati sotto il sole, non reggerebbero.
Angela D’Alessandro. Insegnante. Bolzano
Prolife insieme
www.prolifeinsieme.it
