Perdere un figlio durante una gravidanza è purtroppo un’esperienza tanto comune quanto scarsamente riconosciuta e accolta come un lutto da elaborare.
Le statistiche ci dicono che circa il 20% delle gravidanze si conclude con un aborto spontaneo entro il primo trimestre di gestazione, eppure di questo argomento poco si parla e spesso le donne che lo vivono non si sentono riconosciute nel loro dolore, quasi come se il lutto si misurasse a peso e la morte di un bambino nel grembo contasse poco.
Eppure il lutto perinatale si configura come un vero e proprio lutto, che se accolto ed elaborato si risolve in un tempo variabile da sei mesi a due anni, portando con sé emozioni, sensazioni, pensieri e comportamenti che seguono l’esperienza di perdita. Nel caso specifico del lutto prenatale sono frequenti la paura di non avere altri figli, la mancanza struggente del bambino perso, il fastidio nel vedere neonati o donne in attesa, forti sbalzi di umore e conseguenti grandi sforzi per portare a termine attività quotidiane.
Il DSM V tr (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi mentali) ci dice che se dopo un anno dalla perdita le reazioni sono ancora acute e invalidanti come all’inizio, si può parlare di lutto prolungato. Questa è una complicanza che riguarda un caso su tre nell’aborto spontaneo, proprio perché questo lutto non viene riconosciuto e legittimato, e diverse sono le cause.
C’è infatti una fretta per superare il lutto senza viverne le diverse fasi, nell’illusione che ciò che non si guarda non esiste, che in realtà impedisce di darsi il tempo necessario per guarire. Tante volte il lutto prenatale è segnato inoltre da un vissuto di colpa, che porta la donna a interrogarsi sull’aver fatto qualcosa che ha causato la perdita.
Manca il sostegno adeguato nella coppia, in famiglia, nel gruppo di amici, sul lavoro, e la solitudine è molto spesso riportata dalle persone che vivono un lutto perinatale. Spesso le persone vicine banalizzano con frasi tipo «ne avrai presto un altro», «capita a tutte», non legittimando e non dando spazio alle emozioni provate e quindi non rendendo possibile una loro elaborazione.
Un fattore di rischio è la presenza di più eventi traumatici ravvicinati: avere avuto tre aborti nel primo trimestre è più rischioso per la nostra salute psicofisica che avere avuto un’unica perdita a metà gravidanza.
Alle volte si pensa di guarire da un lutto prenatale cercando subito una nuova gravidanza ma questo non permette l’elaborazionedella perdita precedente, e comporta il rischio di vivere la nuova gravidanza come sostitutiva (condizione di rischio anche per il nuovo bambino che deve assumersi il ruolo di sostituire il precedente morto e quindi idealizzato)
Tutto questo può portare delle complicanze, infatti i disturbi dell’umore sono presenti nel 70% delle donne lasciate senza sostegno dopo un lutto perinatale (LANCET 2016) mentre sintomi di ansia o depressione sono presenti nel 30% di quelle che hanno ricevuto una qualche forma di sostegno.
Inoltre c’è un rischio di depressione post parto in una gravidanza successiva nel 30% delle donne con precedente morte in utero (nella popolazione generale di puerpere il tasso è del 12-15%).
I fattori protettivi sono invece un intervento di sostegno precoce trauma orientato fin dal momento dell’eventuale diagnosi, durante il ricovero e dopo le dimissioni, la presenza di una relazione di coppia solida (che non vuol dire elaborare il lutto allo stesso modo, ma rispettare i bisogni propri e altrui allo stesso livello), la presenza di una famiglia di origine affettivamente disponibile e accogliente, la presenza di risorse affidabili e corrette sull’argomento e di un sostegno sul territorio.
Dott. Valeria D’Antonio. Psicologa
Comitato “ Pro-life insieme”
