Complicanze dell’aborto chimico
La complicanza dell’aborto chimico (RU486) più frequente è l’aborto incompleto e il mancato aborto. Nella letteratura internazionale viene riportata una frequenza di 1-2/100 IVG farmacologiche rispetto a 1/1000 aborti chirurgici. Nelle epoche di gravidanza inferiori alle 14 settimane si verifica la necessità di eseguire ulteriori interventi dopo l’aborto in 70/100 nei casi di aborto chimico e solo in 35/1000 casi di aborto chirurgico (“Buone pratiche clinico-assistenziali per il trattamento farmacologico dell’aborto”, Fondazione Confalonieri Ragonese, autori SIGO, AOGOI, AGUI, 21.08.2024, tabella 2.2 a pag.27). Dunque, è una complicanza che si verifica 10-20 volte di più con l’aborto chimico o farmacologico (RU4686 e Prostaglandine)!
Nell’ultima Relazione del Ministero della Salute al Parlamento italiano sulla applicazione della L. 194/78 per l’anno 2022, nella tabella 3.15 viene riportata la percentuale della complicanza di “mancato o incompleto aborto”: per le IVG chirurgiche è pari allo 0,27%; per le IVG farmacologiche (RU486+PG) è pari a 1,19%, cioè 4,4 volte superiore! Se poi, nella stessa tabella, consideriamo tutte le complicanze (anche emorragie, infezioni) si vede che la percentuale è sempre nettamente maggiore per la IVG farmacologiche (1,59% corrispondenti a 540 donne che hanno dovuto ricorrere al ricovero ospedaliero successivamente alla assunzione delle pillole abortive), rispetto all’intervento per raschiamento (0,96%) e per isterosuzione (0,38%), corrispondente ad un totale di soli 408 ricoveri ospedalieri successivi.
Si tratta purtroppo di dati incompleti sulle complicanze dell’aborto chimico o farmacologico; se si osserva infatti la tabella 27 della Relazione ministeriale, si nota che tra tutte le percentuali riportate relative alle complicanze, la percentuale – più alta anche dell’aborto incompleto (1,17%) – è quella dell’1,72% corrispondente a ben 1130 casi che non sono stati rilevati (N.R.)!Del resto, il confronto con le statistiche sopra riportate dalle maggiori Società specialistiche ostetrico-ginecologiche italiane sulle nette differenze di incidenza di queste complicanze tra le due modalità di aborto, è davvero eclatante (10-20 volte superiore contro le 4,4 volte rilevate dalla Relazione ministeriale).
Anche nella letteratura internazionale viene riportata la maggior incidenza di complicanze per l’aborto farmacologico. Ad esempio, nel report della Multinazionale Marie Stops Australia (non antiabortista) del 2020 vengono considerate le complicanze di tutte le IVG, e la loro incidenza è stata del 6,37%; di queste lo 0,89% erano conseguenti ad aborti chirurgici, e il 5,6% ad aborti farmacologici!
La mortalità materna conseguente ad IVG farmacologica è stata sempre evidenziata nella letteratura internazionale. Nel N.E.J. Medicine del 2005, Michael Greene valutò l’incidenza della mortalità per IVG chirurgica pari allo 0,1/100.000, mentre quella per IVG farmacologica era di 1/100.000, cioè 10 volte superiore! Questo maggiore rischio di mortalità materna si può attribuire a situazioni particolari conseguenti all’assunzione della RU486 e della Prostaglandina che non si verificano, o sono molto rare nell’intervento chirurgico abortivo: 1) le perdite ematiche notevoli e prolungate nei giorni, causa di shock emorragico; 2) l’infezione da Clostridium Sordelli per la ritenzione dell’embrione e degli annessi della gravidanza nell’utero, causa dello shock settico.
Il rapporto dell’FDA negli USA fino al 31.12.2018, a causa dell’aborto con RU486, ha contato 28 donne decedute e 97 gravidanze ectopiche; altri 18 decessi sono stati registrati in altri Paesi, per un totale di 46 donne morte.
In Italia, in base al numero delle donne decedute a seguito di aborto volontario che sono state registrate nel Primo Rapporto ItOSS Sorveglianza della mortalità materna negli anni 2013-2017, e nel rapporto su Mortalità e morbilità materna – anni 2008-2016 per la Regione Emilia Romagna, è stato stimato un tasso di mortalità dello 0.084/100.000 IVG chirurgiche e dello 0,90/100.000 IVG farmacologiche. Dunque un rischio di mortalità ben 10,7 volte maggiore per l’aborto con RU486 e misoprostolo!
Le conseguenze psicologiche dell’aborto chimico o farmacologico (RU486 e PG)
Caterine Euvrard, già addetta stampa della Roussel – Uclaf e poi della Exelgyn, la nuova casa produttrice francese della RU486, ha dichiarato: “Quando una donna prende questa pillola ha la chiara sensazione che è veramente responsabile del suo aborto”. Ci può essere perciò una maggiore sofferenza psicologica”.
Durante questo periodo critico di due settimane (tra il 49° e il 63° giorno di amenorrea) il piccolo embrione, in un sacco gestazionale amorfo, incomincia ad apparire molto simile ad un bambino, il capo e gli arti si possono già distinguere.
“In epoche gestazionali avanzate, la donna può distinguere il prodotto del concepimento tra i coaguli” (cfr tabella 1.2 Confronto delle principali caratteristiche dell’IVG farmacologica e dell’IVG chirurgica entro i 90 giorni. In “Indicazioni operative per l’offerta della IVG farmacologica in Italia – Ottobre 2023”).
La vista dell’embrione espulso (il figlio!) da parte della donna può essere per lei causa di sofferenza psicologica che si manifesta con un tasso maggiore di incubi, ricordi e pensieri intrusivi legati all’esperienza vissuta.
*I tempi di espulsione dell’embrione e degli annessi sono molto variabili (dalla letteratura internazionale):
PRIMA DEL GIORNO 3 (solo effetto della RU486): 5,3 – 6,3%
DURANTE IL GIORNO 3: entro 4 ore dopo il MISOPROSTOLO: 44,1 -50,3%
4 – 24 ore dopo MISOPROSTOLO: 18,7 – 22%
DOPO IL GIORNO 3: 8,2 – 8,6%
SCONOSCIUTO: 9,2 – 14,8%
L’attesa della donna dell’espulsione dell’embrione (figlio) in tempi non prevedibili, magari nella solitudine e con la sintomatologia complessa suddetta, non può non costituire per lei motivo di stress ansiogeno.
Come pure è ulteriore motivo di ansia per la donna l’attesa della visita di controllo dopo due settimane dall’inizio della procedura per verificare se l’espulsione è stata completa o necessita un ulteriore intervento chirurgico per la pulizia anche emostaticadella cavità uterina (nell’ 8% circa dei casi, negli studi internazionali; nella Relazione ministeriale per l’anno 2022, nell’1,19%, dato molto sottostimato).
