QUANDO PENSO AL GENERE RAP italiano, l’idea che subito mi viene è quella di un genere musicale dai contenuti quali: ricchezza, grandi firme oppure testi molto crudi, violenza, spaccio, armi.
Con un “flow” monotono, sussurrato, a tratti minaccioso.
Un abbigliamento che accomuna tutti, cappuccio sulla testa, tatuaggi, anelli, catene ecc.
A me hanno sempre dato l’impressione di essere fatti tutti in serie questi rapper.
Una scenografia identica.
Almeno nell’ultimo periodo.
POI MI IMBATTO IN BATTISTA, sulla sua storia, quella di uno che “non doveva nascere”.
Un ragazzo di Castel Volturno in provincia di Caserta che ” rappa” in dialetto strettissimo, senza particolare base musicale e parla di Villaggio Coppola, case scrostate, canali, pini, il suo Bronx.
Racconta della chiesa evangelica, di translucenza nucale.
E la ola si alza in un tripudio di entusiasmo.
Perché?
Non porta particolari idee, rivela però un grande vuoto.
È autentico nei contenuti, niente è inventato.
È una storia vera, è la sua.
NON PRENDE nella canzone una posizione astratta sull’aborto, ma rivela la scelta dei suoi genitori di non abortirlo.
Anche se il rischio che lui nascesse con la sindrome di Dawn, come la translucenza nucale aveva diagnosticato, era il 90%.
È difficile quindi anche da attaccare perché non sta giudicando, sta dando la sua testimonianza.
ANDREA PARISI, BATTISTA,
racconta il suo “quasi non nascere”.
Il testo è tutto cantato in dialetto tranne la frase del medico, buttata lì come un referto:
” È una translucenza nucale notevole…… avrà la sindrome di Down… ”
Il consiglio del medico è di non portare avanti la gravidanza.
I genitori non accettano l’idea.
Frequentano la Chiesa Cristiana Evangelica, la loro fede li sprona ad andare avanti.
E qui a parlare è proprio quel bambino che non aveva voce e che se c’è, è perché i suoi genitori lo avrebbero amato comunque.
E QUESTO HA COLPITO L’OPINIONE PUBBLICA.
Perché è un inno alla vita, uscito dalla bocca dell’attore principale.
Un ragazzo nato in un villaggio fatiscente, da una famiglia povera, scampato da una diagnosi che non dava speranza.
La medicina predittiva parla di probabilità ma non può “predire” cosa quel bambino potrà rappresentare per quella famiglia.
Per i suoi genitori, una vita con la trisomia 21 non doveva essere eliminata.
Perché è vita e in quanto tale non si può sopprimere.
Non c’è giudizio in questa scelta.
C’è solo la voce di chi non doveva averne che dice:
“A me m’ hanno voluto, anche così”.
E con questo canto di ringraziamento ai genitori quel bambino sembra tornare indietro nel tempo per dire:
“Io ero quello là dentro senza voce.
Un puntino, un 90% Down.
Voi mi avete sentito, avete detto Sì.
Grazie mamma, grazie papà, se sono qui è perché avete creduto che non sono un errore, sono un bambino… il vostro bambino.”
È una speranza non è un giudizio.
È il dire grazie, per aver scelto che ad un bambino sia stato permesso di cantare.
È quel grazie che chi non nasce non potrà mai dire.
Abgela D’Alessandro
Prolife insieme
www.prolifeinsieme.it
