“Diritto di abortire”! Ma le femministe ascoltano il grido silenzioso del bimbo?

Egregio Direttore,
Chiedo di poter replicare all’articolo https://donnemente.it/sul-nostro-corpo-decidiamo-noi-in-piazza-per-il-diritto-allaborto/

“SUL NOSTRO CORPO DECIDIAMO NOI”.

Ecco di nuovo in piazza
” Non una di meno”,  stavolta davanti al Ministero della salute, a sventolare l’ormai risentito slogan.
Il movimento intende come al solito denunciare l’obiezione di coscienza, vista come ostacolo all’aborto volontario.
Chissà se queste manifestanti realizzano di stare banalizzando una realtà drammatica come l’uccisione di un bambino, confondendola con libertà e lotta al patriarcato.
Chissà se si rendono conto che abortire non è una prestazione sanitaria come un’altra.
Chissà se recepiscono che stanno interrompendo una vita già iniziata.
Chissà se sanno che nel corpo gravido di una donna pulsa un altro corpo.
Un corpo con un patrimonio genetico unico e differente, con un cuore che batte già da subito.

QUELLO CHE LE MANIFESTANTI strillano con furore, cancella un bambino, lo rende invisibile, per poterlo così eliminare, mettendo a tacere i rimorsi.
Dove sarebbe poi la conquista contro il patriarcato?
Che liberazione è quella per cui una donna, per vedersi affermata, ha bisogno di sopprimere il più indifeso?
Cosa è invece il patriarcato?
È abbandonare una donna in difficoltà sussurrandole che l’unica soluzione sarebbe abortire.
La vera liberazione sta, semmai, decidere di non lasciare sola una mamma, offrendole sostegno economico, aiuto psicologico, accoglienza, eventualmente proponendo anche l’adozione del neonato.
Invece cosa chiedono le femministe in piazza?
Aborto libero, gratuito in ogni ospedale.

DENUNCIANO L’OBIEZIONE di coscienza, indicandola come un sabotaggio.
Quando è in realtà un diritto del sanitario, garantito dalla stessa l. 194, la quale all’art. 9 riconosce al medico di non compiere atti diretti a sopprimere una vita.
Criminalizzare gli obiettori equivale ad imporre un pensiero unico, per cui la coscienza è uscita di strada.
Le parole “diritto” e “autodeterminazione” servono solo per non guardare in faccia la realtà, realtà peraltro anche supportata dalla scienza,  di ciò che significhi veramente abortire: una giustificazione personale.
E questo viene descritto molto bene nelle tante storie di dolore post aborto che nessuno però racconta in piazza.
Perché una donna che uccide il proprio bambino non esce più libera ma più ferita.
Sono tante le donne che per anni si portano dietro il dolore di questa scelta, spesso fatta troppo in fretta e in solitudine.
Come si può affermare allora che difendere la vita è essere contro le donne?
Penso invece equivalga a parteggiare sia per una mamma che ha paura, che per il suo bambino che non ha voce.

Proporrei a “non una di meno ” di farla allora questa rivoluzione, ma al posto di “SUL MIO CORPO DECIDO IO”,
cambierei lo slogan in ” NON TI LASCEREMO SOLA”.

Angela D’Alessandro
Prolife insieme
www.prolifeinsieme.it