Egregio Direttore,
In merito al “ suicidio assistito “, sul Quotidiano Sanità dell’Emilia-Romagna di ieri, 4 agosto, è comparso un articolo a firma dei colleghi dr. Paolo Trande e dr. Giovanni Gordini dal titolo: “Fine vita. Ecco perché legge dell’Emilia-Romagna è utile e legittima.” https://www.quotidianosanita.it/uncategorized/fine-vita-ecco-perche-legge-dellemilia-romagna-e-utile-e-legittima/
Da tempo si è acceso il dibattito su questa delicata e intricata questione e da più parti si invoca una legge nazionale che dia un ordinamento alla materia. Così alcune Regioni italiane, rette da partiti di sinistra, hanno deciso di fare da sé.
Mi permetto quindi di obiettare alle posizioni dei due colleghi medici dato che, a mio parere, le motivazioni da loro addotte sono errate, sia nel merito che nel metodo.
Innanzitutto una questione terminologica: definire la soluzione prevista, ovvero il suicidio medicalmente assistito, è uno dei tanti esempi di trucco linguistico: suicidio deriva etimologicamente dal latino sui-cedere, ovvero uccisione di sé medesimo. Qui invece è un’altra persona che fornisce lo strumento per porre fine alla vita. Chi si vuole suicidare si impicca, si spara un colpo o ingerisce volontariamente, e senza bisogno di aiuti esterni, la sostanza letale. Qui no: un medico fornisce il veleno.
Ma a parte le questioni terminologiche, è proprio nel merito che è sbagliato il ricorso alla soluzione difesa dagli estensori dell’articolo. Porre fine alla malattia, per quanto grave, sopprimendo il malato, non è affatto garantire dignità alla persona e cozza violentemente contro il codice deontologico che impone di fare di tutto per proteggere la vita, evitando ovviamente accanimenti terapeutici e, con ogni mezzo a disposizione, il dolore e la sofferenza.
Sostenere poi che la legge regionale in questione “non prevede alcuna eutanasia, non paventa alcuna evoluzione in senso eutanasico” fa a pugni con quella deriva che vediamo sotto i nostri occhi nei Paesi che hanno adottato tali misure. Il suicidio cosiddetto assistito ha aperto porta e portone all’eutanasia, applicata anche a bambini o per sofferenze psichiche. E poi, dato che si sostiene non essere puramente il dolore a dovere essere combattuto, per esempio con le cure palliative, ci sono ben altre soluzioni, specialmente per i malati neurologici, che consentono la sopravvivenza, la comunicazione e l’alimentazione, molto più dignitose che non porre fine alla sua esistenza.
Ho avuto esperienza, anche molto recentemente, di quanto sia prezioso, per lo stesso malato e i suoi cari, potere condividere gli istanti finali di una vita finchè ci può essere coscienza e soppressione del dolore intollerabile.
Infine, l’errore è anche nel metodo: invocare la mancanza di una legge nazionale per adottare la scorciatoia legislativa regionale, peraltro al di fuori delle competenze in data materia delle stesse regioni.
Dott. Francesco Avanzini medico.
Per Comitato “ Pro-life insieme”
www.prolifeinsieme.it
