Mi corre l’obbligo, pro amore veritatis, di rassegnare alcune chiose all’articolo pubblicato sul quotidiano La Repubblica dell’11 giugno, dal titolo Federica Di Martino, fondatrice della rete di accompagnamento all’Ivg: “La sessualità sicura continua a essere segnata da disinformazione e vuoti comunicativi”, che riferisce di preoccupazioni espresse dalle sedicente esponente della rete di accompagnamento “IVG, ho abortito e sto benissimo”, per presunti disservizi riscontrati in Sicilia per l’accesso all’aborto; ascrivibili alle pressochè totale adesione dei medici repartisti, al legittimo esercizio del diritto di obiezione di coscienza, che lo renderebbe così disagevole.
In verità le doglianze della dichiarante promanano da presupposti etici e giuridici inammissibili e approdano a conclusioni che tali si rivelano, ed ancor di più.
Si impone innanzitutto la constatazione di un mutamento di strategia da parte degli assertori di quella che è allo stato la prima causa di morte non naturale al mondo.
Dallo stesso tenore testuale delle dichiarazioni si evince come si ritenga non più necessario ricorrere al rituale e ipocrita utilizzo esclusivo del termine di interruzione volontaria di gravidanza, molto meno cruento di quello effettivo, cioè aborto, che viene ormai utilizzato pure estensivamente senza remore. Per decenni si è riproposto il refrain stonato e peraltro smentito dalla stessa terminologia utilizzata nella norma, che oggetto della legge 194/1978 sarebbe l’Ivg e non l’aborto (che è poi la stessa cosa). Ora puntando al bersaglio grosso, non si ricorre più a questo mero espediente lessicale, ma si definisce l’uccisione del nascituro per quello che è: aborto. Di questo infatti stiamo parlando. A tale rimozione del velo di Maya concorre anche la stessa Unione Europea con la recente delibera assembleare n.29.
Ciò posto, alcune precisazioni vanno formulate.
Che in Sicilia sia molto difficile reperire dottori non obiettori di coscienza è circostanza legata all’evidenza che per fortuna la gran parte dei medici intende rispondere alla propria coscienza e rimanere fedeli al giuramento di Ippocrate: curare sempre uccidere mai!
La vicenda riferita nell’articolo attesta poi come si sia smarrito l’orientamento etico.
Invero la legge 194 non ha affatto legalizzato l’aborto, ma ha solo introdotto delle esimenti penali. La madre che si doleva della risposta del medico, se pur non obiettore, alla sua richiesta di un terzo aborto, avrebbe fatto meglio prima a interrogarsi e a riposizionare la propria vita su altre prospettive.
Recuperando dei dettami educativi che non possono affatto delegarsi alla scuola, ma che per principio costituzionale si ascrivono alla legittima e ineludibile prerogativa naturale, genitoriale e familiare.
Inoltre, ferma restando la libertà associativa e propositiva garantita in Costituzione dal principio di sussidiarietà (che si badi bene ha germinazione etica prima ancora che giuridica nella Dottrina Sociale della Chiesa), la stessa denominazione della rete rivela una contraddizione in termini, insanabile.
La più recente letteratura scientifica attesta infatti il dolore fisico percepito e sofferto dal nascituro durante l’aborto, oltre a quello, ed altresì psicologico e spesso pure spirituale, coltivato dalla madre.
Sarebbe quindi auspicabile che a una più meditata presa di coscienza, oltre alla madre su citata, giungano anche gli stessi aderenti alla rete… tutti nati perché non abortiti!
Avv. Prof. Giuseppe Longo. Giarre (Catania)
Comitato Prolife Insieme
www.prolifeinsieme.it
