IL PRIMO PENSIERO che ho avuto nel leggere l’intervista alla signora che ha deciso di raccontare la sua “storia di aborto felice” non è stato di giudizio ma di presa di coscienza, ancora una volta, che il diritto, l’autodeterminazione della donna, valgono di più di quelli del bambino non nato.
Chiara, così si fa chiamare l’intervistata, nome di fantasia per evitare i giudizi dei leoni da tastiera, come li chiama lei.
Mi sento di tranquillizzare Chiara, non è mia intenzione giudicare perché comunque non ne ho autorevolezza.
Mi si conceda però, visto che l’intervista è pubblica, un pensiero.
Per equità bisognerebbe chiedere anche al bimbo mai nato se è stato felice di questa scelta: sfortunatamente, almeno su questa terra, ciò non è possibile.
L’inganno del grumo di cellule ormai è stato smascherato anche dalla scienza che riconosce il nascituro vivo dal concepimento.
Chiara ha sentito il bisogno di raccontare il suo aborto ad un giornale definendo la sua scelta liberatoria . Condannando lo stigma sociale derivante da chi decide appunto in tal senso.
Evinco da tutto ciò che la signora non crede alla vita già in atto racchiusa nell’embrione.
Alla sua forza già vitale fin dal primo istante.
Il focus è puntato sulla libera scelta, costi quel che costi.
E il giudizio mal celato verso chi difende la vita lo si legge ad ogni riga.
Si tirano in ballo tutta una serie di problemi, di come giustificare la scelta, al limite, di parto anonimo alla società (la nonna, la zia..)
A parte il colpevolizzare retoricamente su giudizi morali di terzi, mi chiedo allora dove sarebbe la libertà di cui la signora parla se le basta il dito puntato della nonna o della zia per sentirsi in colpa.
E qui mi sia concesso un dubbio.
Ma è davvero questo pericoloso stereotipo sociale che le impedisce di usare il suo vero nome?
Ho l’impressione che la prima vittima di questo stereotipo sia proprio lei.
Lei che adesso non sente il peso di una scelta per me scellerata, e lo dico perché abortire è uccidere.
E non sono leone da tastiera perché mi farò riconoscere firmandomi.
Trovo questo suo mettere in piazza la sua vita privata un atto invadente, che vuole gridare alle nuove generazioni che l’aborto è solo un atto medico legalizzato.
L’aborto, e lo dico senza moralismo, è un atto violento contro un essere indifeso e non può esistere la libertà di praticarlo.
Con questo racconto si sta tentando di piantare la bandiera della banalizzazione dell’aborto che diventa quindi solo una scelta come sarebbe decidere se andare al mare o in montagna.
Ma c’è un grande assente, quello mai nominato ossia il bambino.
Colui per il quale la mamma ha deciso se farlo nascere o meno.
Ed è qui che la ragione va in cortocircuito.
È difficile capire che la stessa persona che accusa di violenza chi cerca di salvare i bambini dall’aborto, non si renda conto che l’aborto, che lei ha scelto di compiere, è un atto di violenza che porta a morte sicura.
Vorrei ricordare infine alla signora che l’aborto non è vergogna, è tragedia.
È qui che si inceppa tutto.
Angela D’Alessandro. Bolzano
Comitato Prolife insieme
www.prolifeinsieme.it
