https://www.youtube.com/watch?v=GIC-MDmY2Yk
(Video di Silver Nervuti ‘Inganno di genere’)
Silver Nervuti nel suo video che vi invito a visionare affronta alcune problematiche collegate all’identità di genere e alla transizione sessuale. Lo fa da par suo, mettendo ironicamente il dito nella piaga, in quella piaga che però non si vuole riconoscere.
Eppure, se quel dito dà fastidio è perché la piaga c’è: altro che ‘il gender non esiste’ e rassicurazioni del tipo ‘andrà tutto bene’ per chi vuole mutilarsi!
La seguente riflessione nasce dalla necessità di offrire spunti per un minimo di contraddittorio da portare avanti in quegli ambienti (principalmente istituti scolastici che promuovono ‘carriere alias’, aziende, uffici pubblici, ma persino oratori e aule di catechismo cattolico) dove più si sta spingendo l’agenda transessualista, senza tenere conto di dubbi, critiche e rischi a cui si va incontro.
Dappertutto viene sbandierata una inclusività che però include solo chi è gradito, un ascolto aperto solo a chi si vuol sentire, un dialogo riservato agli affini e che esclude dal tavolo chi la pensa diversamente. E così su questi temi la gente ascolta sempre la stessa campana, in dibattiti dove i contrari non hanno diritto di parola mentre i pro e gli altri pro se la suonano e se la cantano.
Tracce di discernimento e approfondimento
Quando si parla di transizione di genere e dei suoi risultati la narrazione dominante presenta sempre e solo aspetti positivi: persone felici, soddisfatte, senza problemi, psicologicamente equilibrate, simpatiche. Sono i nuovi stereotipi che trovate anche nei giornali, nei film, nelle serie TV, nei programmi di intrattenimento.
Casomai, se sono molto diffusi disturbi psicologici, episodi di violenza o difficoltà relazionali, questi atteggiamenti sembrano succedere solo tra le persone non appartenenti alla galassia LGBT+ o nelle famiglie tradizionali. È qui che esplodono femminicidi, dove si annidano maschi tossici che imperversano odiosamente (di femminilità tossica però non si può parlare) e dove si verificano costrizioni varie che rendono l’ambiente domestico una prigione. Secondo una certa propaganda, le famiglie normali vengono rappresentate preferibilmente e con compiacimento quando sono in crisi o allo sfascio.
Per gli aspiranti transessuali è invece ormai diffusa l’abitudine di srotolare sempre tappeti rossi, con tanto di benedizioni e con l’immancabile incoraggiamento per il roseo futuro che li attende: ‘andrà tutto bene’.
Ora, concediamo, per ipotesi, che sia veramente così. Che i transessuali, cioè, siano sempre felici delle loro scelte e che sia opportuno non guardare troppo per il sottile ai loro possibili problemi che possono presentarsi con il passare degli anni.
Rispettiamo pure questo stereotipo di ‘transizione no problem’, in nome dell’inclusività.
Ma quella stessa inclusività, tolleranza e consapevolezza che stanno alla base del rispetto di tale scelta, imporrebbero di lasciare spazio senza censure anche a voci critiche o dissenzienti. Lo esige anche il principio di garantire su ogni tema un leale contraddittorio, perché il pensiero unico è sempre espressione di sopraffazione.
E poi c’è anche un problema di trasparenza: come può un adolescente (e non solo) esprimere un consenso informato – considerato un diritto incoercibile, che sta alla base della relazione medico/paziente) – riferito ad un trattamento di cui non conosce e non può capire le conseguenze? Anche questa garanzia è un aspetto che non può essere ignorato, soprattutto da chi, ideologicamente, ne fa una bandiera o un pretesto per promuovere, per altro verso, scelte di morte (parliamo di Dichiarazioni Anticipate di Trattamento).
Tu dici la tua, io dico la mia. Solo così potrebbe rispettarsi un confronto aperto e corretto, un franco dialogo nel rispetto reciproco.
C’è quindi da considerare sul transessualismo l’altra parte della medaglia, quella che non viene mai mostrata. Occorre farla conoscere, anche perché è in gioco l’interesse di chi scommette sulla propria pelle senza avere ben chiaro i rischi a cui va incontro.
Esiste infatti il poco sondato universo dei ‘detransitioner’ di quelli che si sono fidati di chi li spingeva a intraprendere un certo percorso e poi si sono ritrovati intrappolati in una condizione sbagliata. E hanno constatato amaramente che, per sfuggire a una presunta ‘disforia’, cioè a una sofferenza, hanno abbracciato sofferenze ben peggiori; che diventano senza speranza di reversibilità della scelta per chi ha completato il percorso di transizione. I loro appelli costituiscono un ‘coming out’ scomodo, che purtroppo viene oscurato. Occorrerebbe invece portarlo alla luce per guardare in faccia certi problemi che si vogliono nascondere.
Ma la stessa frustrazione che sperimentano i detransitioner che, purtroppo per loro, ce l’hanno fatta nel processo di autodemolizione dell’identità sessuale, colpisce anche chi non ha completato chirurgicamente la transizione (perché si è fermato prima di compiere quel passo) e sperimenta l’amaro pentimento di aver intrapreso quel percorso: anche a costoro ogni ripensamento è precluso e non viene offerta alcuna possibilità di tornare indietro. Addirittura, il Parlamento europeo e tante legislazioni europee vietano terapie di conversione e accompagnamenti psicologici anche se richiesti con pieno consenso da chi è affetto da disturbi legati all’omosessualità e transessualità (https://lanuovabq.it/it/parlamento-ue-boccia-terapie-di-conversione).
La fluidità (oggi mi sento maschio, ieri mi sentivo femmina, domani chissà cosa), una volta imboccato un percorso di transizione, secondo qualcuno vale solo per ripudiare quello che sei geneticamente, ma non per riaffermarlo dopo una scelta riconosciuta come sbagliata. Chi l’ha detto che debba essere una strada senza ritorno? Perché si vietano le terapie riparative per chi si sente imprigionato nelle condizioni fisiche e psichiche derivanti da una scelta che considera sbagliata?
Ebbene, è urgente oggi presentare proprio queste realtà, quel lato che rimane nascosto, l’altra verità, quella più indicibile e imbarazzante. Perché nessuno può negare che esiste una categoria crudelmente censurata: quella di coloro che non ce l’hanno fatta a realizzare un desiderio, rivelatosi alla fine illusorio, magari perché istigati o ingannati nella loro ricerca di felicità.
Carriere alias, pericolosi abusi
E qui andrebbe aperto un discorso a parte su certe espressioni ideologiche che avvengono in molti istituti scolastici che promuovono le cosiddette carriere alias,con il pretesto di riempire vuoti normativi.
Si tratta di fughe in avanti non avallate da leggi anzi, in aperto contrasto, per facilitare una ‘transizione sociale’ come preludio di una successiva riassegnazione di sesso. Consistono nel riconoscimento da parte di certi istituti scolastici del genere percepito da uno studente, diverso da quello ‘assegnato’ alla nascita. Con il corollario, nella comunità scolastica, di tutta una serie di obblighi e diritti.
Oltre ad essere una forzatura della realtà e una menzogna, anticamera di un percorso poi difficilmente regredibile, questi provvedimenti si pongono come contrari alla legge o perlomeno viziati da incompetenza di chi li promuove. Non dovrebbero reggere in un’aula di tribunale, anche in presenza di giudici ‘creativi’. Non solo non ci sono appigli legali, ma pure manca la giustificazione di ‘vuoti normativi’. È previsto anzi, per quelle casistiche, un reato di falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale.
Se in anagrafe una persona risulta come Marco Rossi non è possibile ufficialmente che sia riconosciutadiversamente, senza rettifiche degli uffici competenti. Nessuno legalmente può farlo. E comunque la scuola non dovrebbe arrogarsi il compito di influire su questioni etiche delicate che non le competono.
I dirigenti scolastici dovrebbero poi cautelarsi anche in vista di possibili azioni legali di futuri detransitioner: qualcuno in futuro potrebbe chiedere i danni a chi lo ha spinto a scelte disastrose o assecondato condotte illegali non avendone alcun diritto.
Come già sta avvenendo in varie parti del mondo. È recente, ad esempio, la notizia (https://www.sabinopaciolla.com/accordo-storico-al-texas-childrens-hospital-stop-alle-procedure-di-affermazione-di-genere-sui-minori-e-prima-clinica-di-detransizione/) che in Texas una detransitioner ha ottenuto giustizia nei confronti di un ospedale dove era stata sottoposta ad una riassegnazione di genere dopo che le erano stati somministrati in tenera età bloccanti della pubertà ed ormoni del sesso opposto, seguendo protocolli predisposti senza troppi scrupoli. Cinque medici di quell’ospedale dovranno essere licenziati e inoltre, come si legge nell’articolo citato, ‘l’ospedale pagherà oltre 10 milioni di dollari tra risarcimenti danni e sanzioni civili, destinando ulteriori risorse alla cura dei minori danneggiati dalle precedenti pratiche’.
In conclusione, diventa quindi opportuno eliminare tante censure e cercare risposte diverse da quelle preconfezionate ad un quesito che viene sempre formulato in modo retorico, senza accettare approfondimenti: ma se un adolescente vuole cambiare sesso che male c’è?
Roberto Allieri
Per Comitato “ Pro-life insieme “
www.prolifeinsieme.it
https://www.adhocnews.it/percorsi-di-transizione-sessuale-andra-tutto-bene/
