PMA: il numero enorme di embrioni sacrificati e la medicalizzazione della fertilità: intervista a Radio Maria del dott. Alberto Virgolino, Presidente di AIGOC
( Associazione Ginecologi Ostetrici Cattolici)
Qui il link per riascoltare la trasmissione https://radiomaria.it/puntata/tavolo-pro-life-18-05-2026/
Allora partiamo proprio da questa domanda di fondo. La medicina contemporanea si presenta sempre più come una medicina che non riconosce il limite. Una medicina che tutto può, che tutto tenta, che non si arresta facilmente di fronte alle tante possibilità tecniche a disposizione. Queste ultime crescono con vertiginosa rapidità, spesso senza che ci sia un corrispettivo sviluppo sul piano della riflessione etica e della consapevolezza sociale. Il solo fatto che una cosa sia tecnicamente fattibile porta a ritenere che sia una giustificazione sufficiente per metterla in atto. Questa incapacità di concepire un limite – ossia un confine razionale, umano, morale – rischia di snaturare la medicina stessa. La sua vocazione originaria, infatti, non è quella di soddisfare ogni desiderio o superare ogni ostacolo, ma di custodire la vita, prendersi cura della fragilità, accompagnare le persone segnate dalla malattia.
In questa nuovo campo della “procreatica”, della scienza che si occupa della generazione umana utilizzando le moderne biotecnologie, si verifica proprio l’esigenza di affrontare con onestà intellettuale, scevra da interessi parziali, le domande di fondo: è sufficiente che qualcosa sia possibile tecnicamente perché sia anche giusto moralmente? Il desiderio di un figlio è uno dei desideri più nobili che una coppia possa maturare. Desiderare un figlio è desiderare l’altro, volere che un nuovo volto abiti il mondo. Ma questo desiderio può diventare un diritto assoluto? Può spingersi fino al punto di esigere un figlio – quel figlio, considerando le tecniche di selezione degli embrioni che sono insite nella PMA – ad ogni costo, specialmente quando quei costi sono alti, come vedremo: per la salute della donna, per le vite embrionali coinvolte, per l’umanità stessa dell’atto generativo?
Alcuni hanno salutato l’avvento delle tecniche riproduttive artificiali come la “fine della roulette riproduttiva”, l’inizio di un’epoca in cui l’uomo può finalmente dominare la propria discendenza. Ma altri, come noi, preferiscono interrogarsi: queste tecniche separano l’atto generativo dalla sessualità, il concepimento dal corpo, il figlio dall’incontro tra i genitori. L’embrione diventa oggetto di decisione, selezione, congelamento la cui sorte rimane inevitabilmente segnata quando residuano ad uno o più cicli di PMA. Ci si abitua a pensare alla vita nascente non come a un dono, ma come a un prodotto. In questa logica di fabbricazione e controllo si rischia di perdere la saggezza profonda che ha sempre accompagnato l’umanità nella procreazione: l’accettazione della propria finitezza, che desidera il massimo per il proprio desiderio genitoriale e per il nascituro, ma senza avere una pretesa su questo.
E’ questo il progresso che vogliamo? Perché l’unico progresso che ci interessa davvero è quello che tiene insieme scienza ed etica, tecnica e coscienza, desiderio e verità.
L’articolo 1 della legge 40 del 2004, esprime le finalità della PMA: consentire il ricorso alla PMA, “alle condizioni e secondo le modalità previste dalla presente legge, che assicura i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito”. E’ evidente che contiene un ossimoro, cioè una contraddizione in se stessa. Proprio come la Legge 194 che consente l’aborto volontario anche se al suo articolo 1 dichiara che lo Stato “tutela la vita umana dal suo inizio”. Sì, perché nelle tecniche di fecondazione extracorporea, oltre le figure genitoriali che forniscono i propri gameti, cioè gli ovociti e gli spermatozoi, della stessa coppia – per la forma detta omologa – o di donatrice e/o di donatore – per la forma detta eterologa, anche il concepito in vitro, frutto della manipolazione di queste cellule genitrici, è considerato un “soggetto” nella declinazione dell’articolo di legge, ma di fatto è trattato come un mero “oggetto” biologico e, come tale, viene sottoposto a tutte le varie manipolazioni previste nelle procedure della PMA di II e III livello, secondo la legge 40 che tra poco vedremo.
Ma la domanda di base che viene completamente elusa da chi sostiene la PMA è proprio questa:
“Chi è il concepito?” Eppure Robert Geoffry Edwards, iniziatore della fecondazione extracorporea e Premio Nobel per la Medicina nel 2010 ha risposto così: Il concepito è il “microscopico essere umano nelle primissime fasi del suo sviluppo” ( R.G. EDWARDS – P.G. STEPTOE, A matter of life, London, 1981, pag. 101). Allora perché proprio lui ed altri biotecnologi hanno intrapreso questa procedura nella specie umana, trasferendola dal mondo veterinario?
Il “lascia passare” bioetico per poter manipolare l’essere umano nelle sue fasi iniziali di sviluppo ha origine dalla neodefinizione dell’inizio della vita umana data dall’ACOG (American Colledge of Obstetricians and Gynecologists) negli anni ‘60 del secolo scorso: l’inizio della vita umana non era più il concepimento, ma l’impianto dell’embrione nell’utero. Così, negando arbitrariamente il significato ed il valore intangibile all’essere umano nelle sue prime fondamentali fasi di sviluppo, si rendeva lecito ogni tipo di manipolazione su di lui.
Le conoscenze scientifiche della genetica e dell’embriogenesi umana e dell’epigenetica dimostrano quale sia la reale identità biologica del concepito, la sua capacità di entrare immediatamente in relazione con la madre così da provocare in lei la “paradossale” tolleranza immunologica verso il figlio; l’instaurarsi di un “colloquio incrociato” (cross talk) tra madre e figlio concepito con lo scambio bidirezionale di segnali ormonali e biochimici che consente allo stesso embrione di impiantarsi nel posto più adatto nell’utero materno ed avviare in modo regolare la formazione della placenta e procedere nel suo sviluppo fino alla nascita. La prima settimana di vita dunque, quella percorsa dall’embrione nella tuba materna prima di annidarsi nell’utero, è di vitale importanza per il proseguimento della gravidanza e per il regolare sviluppo del feto in utero ed anche per la sua salute dopo la nascita, fino alla vita adulta.
Nella fecondazione extracorporea viene meno proprio questa importate e delicatissima fase di vita embrionale. Ed è proprioquesta mancanza di relazione biochimico-ormonale tra concepito e sua madre la più importante causa dei mancati impianti in utero degli embrioni trasferiti dalla provetta.
La legge 40, nella sua ipocrita espressione di “assicurare i diritti di tutti, compresi il concepito” è doveroso che venga analizzata proprio focalizzando l’attenzione sulla sorte dei concepiti in vitro.Aspetto questo che viene sistematicamente trascurato nelle Relazioni annuali del Ministero della Salute al Parlamento sulla applicazione della stessa legge in Italia.
Ricordiamo che negli anni successivi alla sua promulgazione sono intervenute anche 3 sentenze della Corte Costituzionale ad aggravare la sorte dei concepiti:
– N° 151 del 01.04.2009: rende possibile la produzione di embrioni oltre quelli trasferibili in utero contemporaneamente (3); permettendo così la crioconservazione degli embrioni.
– N° 162 del 09.04.2014: rende possibile l’utilizzo di ovociti/spermatozoi da donatori; permettendo così la fecondazione eterologa.
– N° 96 del 11.11.2015: rende possibile la diagnosi genetica pre-impianto con la selezione degli embrioni trasferibili in utero.
Ma occorre fare anche una premessa importante sul significato medico delle tecniche di fecondazione extracorporea. Queste tecniche non possono essere considerate “terapia” della sterilità o infertilità di coppia, perché la terapia, come la intende la scienza medica, è tale se ripristina la funzione dell’organo carente del soggetto sterile o ipofertile, in questo caso. Dunque, è improprio parlare di PMA in questi termini, cioè di pratiche “terapeutiche”. Si tratta infatti di un escamotage biotecnologico per aggirare l’ostacolo biologico che impedisce la fecondità. Ma i Ministri della Salute, fin dal varo della L.40, hanno lasciato credere a tale interpretazione non corretta, tanto da includere la PMA come “terapia” tra quelle dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) dal gennaio 2025.
A questo proposito, vorrei evidenziare soprattutto ai Medici di medicina generale e ai ginecologi ai quali le coppie o le donne fanno ricorso per avere la prescrizione dei farmaci finalizzati alla PMA o per la stessa ammissione ai cicli di fecondazione assistita, di poter dichiarare la propria “obiezione di coscienza” ai fini dell’articolo 16 della legge 40/2004.
Per una maggiore comprensione di quanto adesso illustrerò, vorrei invitarvi ad ascoltare le lezioni svolte da Padre Giorgio Maria Carbone sulla PMA a Radio Maria nei mesi scorsi, oppure a consultare il suo libro “Sterilità e fecondazione in vitro” (Ed. Studio Domenicano). Non avendo sufficiente tempo, mi limiterò ad accennarvi le fasi principali che vengono affrontate nella PMA, cioè nella FIVET (fecondazione in vitro e trasferimento degli embrioni in utero). Tutte le fasi costituiscono il cosiddetto “ciclo” di FIVET. Si tratta, come vedremo, di un vero percorso ad ostacoli e ad ogni passaggio vengono meno buona parte degli embrioni formati. Una vera ecatombe!
La prima fase è la stimolazione della funzione ovarica, in modo da ottenere una crescita multipla di follicoli in ognuno dei quali si trova la cellula uovo o ovocita. Si tratta di una iperstimolazione ormonale a cui la donna viene sottoposta e che purtroppo può andare incontro a una sindrome correlata (OHSS) con conseguenze serie per la salute della stessa donna. Nel 2023, a causa di questa evenienza clinica causata dalla iperstimolazione ovarica, sono stati interrotti il 12,7% dei cicli.
Bisogna considerare anche la spesa farmaceutica che questo trattamento di iperstimolazione comporta e riconoscere che è sicuramente una spesa incongrua, sia per le complicanze gravi che può provocare nelle donne, sia per il fatto che la quantità di ovociti prelevati (in media 7-8 per ciclo), non ha una ragionevole giustificazione, dal momento che gli ovociti fecondati in vitro vengono trasferiti in utero in numero di 1 o 2 nella quasi totalità dei cicli (nel 2023: 87% con 1; 12,5% con 2; 0,4% con 3 embrioni). Pertanto vengono formati, in numero sempre crescente, embrioni soprannumerari, non traferiti in utero, ma nei freezer ad azoto liquido, a -196° C. Quindi, non ha ragione di essere prodotta una così grande superovulazione.
Alla seconda fase del prelievo degli ovociti segue quella della inseminazione in vitro.
Viene effettuata ponendo a contatto ovociti e spermatozoi per un periodo di circa 16-18 ore. Viene poi accertato l’esito dell’inseminazione.
Per facilitare la fecondazione di un maggior numero di ovociti è stata da tempo introdotta la tecnica ICSI (iniezione intracitoplasmatica dello spermatozoo), mediante la quale l’intero spermatozoo, coda compresa, viene iniettato all’interno del citoplasma della cellula uovo.
Queste prime fasi, dopo il prelievo di ovociti e prima del trasferimento degli embrioni in utero, sono molto critiche nella FIVET/ICSI “a fresco” (cioè utilizzando ovociti e spermatozoi appena prelevati); infatti, nel 2023, come riportato nella Relazione del Ministero della Salute al Parlamento sulla applicazione della L.40, sono aumentate le percentuali dei cicli sospesi ed interrotti,tanto da arrivare al 62,3% dei cicli iniziati. Da notare, che nei cicli interrotti prima del trasferimento, ci sono embrioni già concepiti che vengono scartati perché “non evolutivi” oppure vengono crioconservati.
E’ proprio nella fase della coltura degli embrioni, nella quale gli ovociti fecondati vengono mantenuti in un ambiente di crescita adeguato per ulteriori 24-48 ore, che avviene la selezione degli stessi embrioni nelle loro prime divisioni cellulari. Vengono esaminati al microscopio e recentemente ci sono Centri di PMA che si avvalgono anche dell’AI (intelligenza artificiale) per riconoscere quelli con maggiori capacità di sviluppo.
A questa fase ne segue una facoltativa, ma che ultimamente è sempre più adottata, quale quella del congelamento temporaneo degli embrioni, prima che vengano trasferiti nell’utero. Viene detta la fase del “freez all” (congela tutto).
La fase successiva è quella del trasferimento degli embrioni, giudicati “trasferibili”, nell’utero materno. Altro passaggio critico per la sopravvivenza degli embrioni. Innazitutto perché non tutti gli embrioni “trasferibili” vengono tutti trasferiti. In merito a ciò, i dati dell’ultima Relazione ministeriale relativa all’anno 2023, per la FIVET/ICSI omologa a fresco (cfr. Tabelle 7,10,13,16 della R.M.) evidenziano che dei 177.097 embrioni formati in vitro, sono stati giudicati “trasferibili” n. 96.227 (54,33%), trasferiti in utero n. 30.408 (31,6%) e crioconservati n. 65.819 (ben il 68,40%!).
Il miglioramento delle tecniche con il supporto ormonale adeguato alla donna affinchè la parete interna uterina (endometrio) sia resa più adatta all’impianto dell’embrione trasferito, ha portato gli operatori della PMA a ridurre ad uno o due il numero degli embrioni trasferiti (nel 99% dei trasferimenti). Quindi si è sensibilmente ridotto il numero delle gravidanze plurigemellari.
Dott. Alberto Virgolino
Comitato Pro-life insieme
( fine prima parte)
intervista di Vittoria Criscuolo
