La transizione di genere riduce il rischio di suicidio? Dott. Giovanni Viviani

“O transizione o suicidio”: questa l’alternativa (potremmo definirla ricatto) a cui tanti genitori di ragazzi/ragazze trans sono stati messi di fronte.

La narrazione dominante nel mondo LGBTQ+ sostiene che i “ragazzi trans” corrono un rischio maggiore di suicidio se non ricevono un immediato accesso alle cure di affermazione di genere. L’ aumento del rischio suicidario non sarebbe dovuto a una preesistente instabilità mentale, bensì alla mancata validazione dell’identità di genere.

A sfatare questo mito è uno studio finlandese pubblicato sulla rivista Acta Paediatrica   (Psychiatric Morbidity Among Adolescents and Young Adults Who Contacted Specialised Gender Identity Services in Finland in 1996–2019: A Register Study).https://onlinelibrary.wiley.com/share/CSUS7U2YGNW5MTVVJWKT?target=10.1111/apa.70533

Sono stati esaminati 2.083 giovani sotto i 23 anni che si sono rivolti ai servizi specialistici del sistema sanitario nazionale finlandese.

I risultati sono chiari: tra gli adolescenti che hanno ricevuto trattamenti di affermazione di genere la morbilità psichiatrica (depressione, disturbi alimentari, tentativi di suicidio e altre gravi patologie mentali) è aumentata notevolmente durante il follow-up. Prima dell’invio ai servizi specialistici, il 45,7% dei giovani con disforia di genere presentava già problemi di salute mentale, contro il 15% della popolazione di controllo. Due anni o più dopo l’inizio del percorso di transizione, la percentuale saliva al 61,7%, contro il 14,6% del gruppo di controllo. Dopo l’intervento del sistema sanitario la situazione peggiorava.

Ancora più rivelatore è il confronto tra chi ha proseguito con ormoni e chirurgia e chi ha interrotto o rifiutato il percorso. Gli adolescenti che non hanno assunto bloccanti della pubertà né si sono sottoposti a interventi chirurgici hanno mostrato un aumento molto minore dei problemi di salute mentale. In altre parole, astenersi dalla transizione ha prodotto esiti migliori.

Lo studio finlandese dimostra quindi che la disforia di genere si accompagna spesso ad una grave vulnerabilità psichiatrica preesistente e che i trattamenti di affermazione di genere, anziché risolvere il problema, lo aggravano.

In precedenza altri studi  avevano dato risultati sovrapponibili.

Secondo la Cass review (che ha determinato il cambiamento dell’ approccio al trattamento della disforia di genere nel Regno Unito): “Tragicamente le morti per suicidio tra le persone trans di tutte le età continuano a essere al di sopra della media nazionale, ma non ci sono prove che i trattamenti di affermazione di genere riducano questo dato. Le prove disponibili suggeriscono che questi decessi sono legati a una serie di altri fattori psicosociali complessi e a malattie mentali.”

Uno dei problemi centrali nel lavoro sulla disforia di genere è proprio quello relativo alla complessità clinica e alle variegate comorbidità presenti in questo ambito: disturbi d’ansia e dell’umore; disturbi di personalità e disturbi dissociativi, disturbi schizofrenici, disturbi alimentari e altri disordini ad implicazione corporea, disturbi del neurosviluppo, tra i quali, ben accertati, l’ADHD e soprattutto i disturbi dello spettro autistico.

Chi sostiene la terapia affermativa parla di “co-occorrenza” anziché “comorbidità”: cioè, per esempio, la contemporanea presenza di autismo e disforia di genere indica la presenza di 2 quadri distinti, che vanno tratti autonomamente; in altre parole, la presenza di autismo (o di altre psicopatologie) non controindica l’avvio del processo di transizione.

Ma la recente letteratura psicologica/psichiatrica insiste sul fatto che la popolazione transgender è una popolazione complessa che necessita di una attenta assistenza psicologica, e che né la transizione ormonale, né quella chirurgica risultano risolutive rispetto ai loro problemi di fondo. 

Non si può trattare la disforia di genere come qualcosa di separato dal resto della persona.

Uno studio pubblicato sull’Oxford Journal of Sexual Medicine ha rilevato che sottoporsi a un intervento chirurgico per il cosiddetto “cambio di sesso”, lungi dal ridurre i tassi di depressione tra i disforici di genere, aumenta sostanzialmente i tassi non solo di  depressione, ma anche di ansia, ideazione suicida e disturbi da uso di sostanze.

I maschi sottoposti a intervento chirurgico avevano un tasso di  depressione del 25,4%, rispetto all’11,5% di coloro che non si erano sottoposti. Le donne sottoposte all’intervento  avevano un tasso di depressione del 22,9%, rispetto al 14,6% di quelle che non si sono sottoposte all’intervento.

Tornando allo studio finlandese, possiamo concluderecon gli autori che la morbilità psichiatrica dopo riassegnazione di genere negli adolescenti aumenta, invece che ridursi, e che “alla luce dei presenti risultati, i disturbi psichiatrici gravi non sembrano attribuibili principalmente alla disforia di genere”, ma ad una condizione di sofferenza psicologica pregressa, e che: “si è osservato un aumento considerevole della necessità di trattamento psichiatrico tra gli adolescenti che si erano sottoposti a terapia ormonale di riassegnazione”.

Quindi “i disturbi psichiatrici richiedono un trattamento adeguato indipendentemente dall’identità di genere del giovane”.

E’ per tale motivo che le linee guida finlandesi fin dal 2020 individuano nella psicoterapia la prima linea di intervento per gli adolescenti con disforia di genere, raccomandando un trattamento mirato delle comorbidità prima di considerare qualsiasi opzione medica collegata alla disforia.

 Dott. Giovanni Viviani. Medico chirurgo

Comitato “ Pro-life insieme “

http://www.prolifeinsieme.it