Egregio direttore,
Scrivo nella duplice veste di docente di latino e greco e di esponente di un’associazione Prolife, per esprimere il mio consenso a un’opera che spero sia letteraria e offra uno spunto diverso dalla narrazione generalizzata che parla, in maniera improvvida, di “diritto” all’aborto e di esclusiva femminile nella decisione di interrompere la gravidanza.
Anch’io ho pubblicato un libro, ormai giunto alla terza ristampa, ma non una storia, inventata e che si basi sulla mia posizione personale (che non definirei ideologica ma ideale): si tratta di una raccolta di dialoghi tra noi esponenti Prolife e donne, uomini, ragazze, giovani anche, alle prese con la questione aborto. Storie vere, di drammi veri, di chi avrebbe voluto sapere prima, per poter essere veramente libera di decidere, non necessariamente di abortire. Questo è il vero problema della nostra società: un’informazione quasi totalmente a senso unico che impedisce di prendere una decisione con reale consapevolezza.
Perché vede Direttore, nessuno mai si interroga sul “dopo“ l’aborto: la legge 194 che tanto superficialmente si cita senza averne neanche letto gli articoli, sbandierata come una conquista femminista, invece permette non solo l’eliminazione di un bambino prima della nascita ma soprattutto la cancellazione della verità insita nella donna, legata alla maternità. Si può essere a favore o contro l’aborto, ma il fatto che noi donne abbiamo questo privilegio, quello della maternità, non è una questione religiosa e non è un fatto ideologico, è piuttosto legato alla nostra biologia e non si può far niente di diverso se non accettarla. Intendo dire che, dopo l’aborto, arrivano tanti di quei ripensamenti che scattano proprio a causa della natura insita nella femminilità. Questo però non interessa nessuno, del dolore delle donne, dei tentati suicidi, della bulimia e anoressia conseguenti all’aborto, oppure della difficoltà a concepire successiva all’aborto, nessuno parla.
Allora anch’io penso che sia il caso di riaprire il dibattito sulla 194, ma nei termini della verità, lasciando parlare chi ha sacrificato sull’altare di una pseudo libertà, la propria felicità futura. Se anche fosse una minoranza, quella delle donne che soffrono, meriterebbe di essere presa in considerazione e di diventare protagonista di una rivoluzione positiva, che veda la donna come protettrice della vita concepita.
Lo dobbiamo alle generazioni future.
Prof. Vittoria Criscuolo.
Vicepresidente Comitato “Prolife insieme”
www.prolifeinsieme.it
