Aborto spontaneo: il dolore di due mamme nella testimonianza di un sacerdote

“Quando una vita si rivela nel silenzio: incontro con due mamme durante le benedizioni natalizie”

Durante le benedizioni natalizie di quest’anno il Signore mi ha concesso un dono inatteso: l’incontro con due giovani mamme che portavano nel cuore una ferita profonda, ma non ancora pienamente riconosciuta. Due donne semplici, buone, che avevano perso un bambino nelle prime settimane di gravidanza. Un dolore silenzioso, troppo spesso nascosto, e che tante madri vivono in solitudine.

Mentre parlavamo, ho percepito in loro una domanda inespressa, un bisogno di capire ciò che era accaduto. Mi hanno raccontato la loro esperienza con pudore, quasi chiedendo scusa per provare ancora dolore per una vita così breve. Ma il punto più sorprendente e insieme più rivelatore è stato un altro: non sapevano che quel piccolo, seppur vissuto poche settimane, era già un figlio. Non sapevano che potevano dargli un nome. Non sapevano che era una persona umana, con un’anima infusa da Dio al momento del concepimento.

In quel momento mi si è presentata davanti, in tutta la sua drammaticità, la forza di una cultura che – senza violenza apparente – ha permeato pensieri e coscienze: la cultura che separa la vita biologica dalla vita umana, che vede il figlio come “persona” solo quando è visibile, solo quando è riconosciuto, solo quando è desiderato. Una cultura che, in fondo, è la stessa che sostiene l’aborto come possibilità, e che finisce per confondere anche i cuori più buoni e più semplici.

Con grande delicatezza ho spiegato loro ciò che la Chiesa insegna con limpida chiarezza: ogni concepito è persona umana dal primo istante; ogni vita che inizia è già amata e voluta da Dio; ogni bambino, anche se non giunge alla nascita, è un figlio consegnato al mondo e alla sua famiglia. Ho invitato queste mamme a dare un nome ai loro piccoli: perché il nome è riconoscimento, è amore, è identità. È dire: “Tu sei esistito, tu sei mio figlio, tu sei amato”.

Ho suggerito loro di far celebrare una Santa Messa per questi bambini, affidandoli a Cristo risorto che non perde nessuno di coloro che il Padre gli affida. E ho detto che, se ci fosse stato un momento più intimo, avrei potuto compiere – come insegna la tradizione spirituale della Chiesa – quel gesto semplice e profondamente materno della Chiesa che chiamiamo “battesimo di desiderio”: un atto di intercessione in cui presentiamo questi piccoli al Sangue di Gesù, nella fiducia che Egli stesso li abbraccia e li salva. Un gesto che ho imparato anche ascoltando sacerdoti ed esorcisti esperti, come padre Pessina, che spesso ha accompagnato genitori feriti da perdite precoci.

Infine, ho invitato queste mamme ad affidare i loro figli a Maria. Mi piace dire loro che la Madonna prende questi bambini in braccio con una tenerezza che supera quella di qualunque madre della terra. E mentre parlavo, ho visto i loro occhi riempirsi di lacrime: lacrime non solo di dolore, ma di riconoscimento, di consolazione, di risveglio. Era come se il loro amore, rimasto sospeso, trovasse finalmente il suo nome, il suo volto, il suo posto.

Ho detto loro: “Voi siete mamme. Non siete mamme solo dei figli che vedete e abbracciate, ma anche di quei piccoli che vi hanno precedute in cielo. Loro sono i vostri figli. Vivi, amati, affidati a Dio. E vi aspettano.”

In quell’istante ho compreso ancora una volta quanto sia importante che la Chiesa, oggi più che mai, annunci con carità e verità il valore inviolabile di ogni vita, anche della vita più piccola, invisibile, fragile. Perché ogni vita che nasce, anche se solo per poche settimane, porta con sé un mistero grande: l’eternità inscritta nell’anima, la promessa di Dio che non viene meno.

Che il Signore continui a consolare queste madri e tutte le madri che vivono ferite simili. E che la nostra comunità cristiana impari ad accompagnarle con rispetto, verità e infinita tenerezza.

Don Andrea Tosca

Comitato “ Pro-life insieme “

http://www.prolifeinsieme.it