Evangelium Vitae, di San Giovanni Paolo II (terza parte). Don Gabriele Mangiarotti a Radio Maria
https://radiomaria.it/puntata/tavolo-pro-life-18-08-2025/
Per affrontare la questione della E.V. dobbiamo partire dal grido accorato di S. Giovanni Paolo II nel viaggio in America, quando ha gridato tutto il suo impegno per la vita di ogni uomo, in qualunque situazione con quel messaggio divenuto famoso:
Giovanni Paolo II a Washington, Capitol Mall: WE WILL STAND UP – ci alzeremo in piedi
«6. Tutti gli esseri umani dovrebbero apprezzare l’individualità di ogni persona come creatura di Dio, chiamata ad essere fratello o sorella di Cristo in ragione dell’Incarnazione e Redenzione Universale. Per noi la sacralità della persona umana è fondata su queste premesse. Ed è su queste stesse premesse che si fonda la nostra celebrazione della vita, di ogni vita umana. Ciò spiega i nostri sforzi per difendere la vita umana contro qualsiasi influenza o azione che la possa minacciare o indebolire, come pure i nostri sforzi per rendere ogni vita più umana in tutti i suoi aspetti.
Quindi ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana è minacciata. Quando il carattere sacro della vita prima della nascita viene attaccato, noi ci alzeremo in piedi per proclamare che nessuno ha il diritto di distruggere la vita prima della nascita. Quando si parla di un bambino come un peso o lo si considera come mezzo per soddisfare un bisogno emozionale, noi ci alzeremo in piedi per insistere che ogni bambino è dono unico e irripetibile di Dio, che ha diritto ad una famiglia unita nell’amore. Quando l’istituzione del matrimonio è abbandonata all’egoismo umano e ridotta ad un accordo temporaneo e condizionale che si può rescindere facilmente, noi ci alzeremo in piedi affermando l’indissolubilità del vincolo matrimoniale. Quando il valore della famiglia è minacciato da pressioni sociali ed economiche, noi ci alzeremo in piedi riaffermando che la famiglia è necessaria non solo per il bene privato di ogni persona, ma anche per il bene comune di ogni società, nazione e stato. Quando poi la libertà viene usata per dominare i deboli, per sperperare le ricchezze naturali e l’energia, e per negare agli uomini le necessità essenziali, noi ci alzeremo in piedi per riaffermare i principi della giustizia e dell’amore sociale. Quando i malati, gli anziani o i moribondi sono abbandonati, noi ci alzeremo in piediproclamando che essi sono degni di amore, di sollecitudine e di rispetto». (Washington, Capitol Mall – Domenica, 7 ottobre 1979)
Quali sono le caratteristiche di questo documento, unico e originale?
L’impostazione dell’enciclica sicuramente risponde a dati scientifici e razionali, ma ha un forte impianto cristologico
L’impostazione che ci saremmo attesi poteva essere come in analoghi documenti, con una premessa sui dati scientifici e uno sviluppo dei ragionamenti di ordine filosofico. Qui non si dimentica il dato razionale, anzi più volte si ribadisce che il valore della vita «può essere conosciuto nei suoi tratti essenziali anche dalla ragione umana», ma l’antropologia di quest’enciclica parte dalla cristologia e ad essa è fortemente e sostanzialmente collegata.»
Ritroviamo in questa impostazione l’originalità di S. Giovanni Paolo II, certamente approfondita nella Enciclica Fides et ratio, così magistralmente espressa più volte: «Questo legame del Vangelo con l’uomo, dicevo nel mio discorso davanti a quell’areopago di uomini e di donne di cultura e di scienza del mondo intero, «è, in effetti, creatore della cultura nel suo fondamento stesso». E, se la cultura è ciò per cui l’uomo, in quanto uomo, diviene maggiormente uomo, è in gioco, in essa, lo stesso destino dell’uomo. Di qui l’importanza per la Chiesa, che ne è responsabile, di un’azione pastorale attenta e lungimirante, riguardo alla cultura, in particolare a quella che viene chiamata cultura viva, cioè l’insieme dei principi e dei valori che costituiscono l’ethos di un popolo: «La sintesi tra cultura e fede non è solo un’esigenza della cultura, ma anche della fede… Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta» («Discorso ai partecipanti al Congresso Nazionale del Movimento ecclesiale di impegno culturale»: «Insegnamenti», V, 1 [1982] 131).
O, come ha ricordato più volte Papa Benedetto: «La fede allarga la ragione»
C’è un legame tra encicliche, pur in tempi lontani? O meglio, c’è una linea continua tra le scelte magisteriali dei Papi, anche con l’attuale Pontefice Leone XIV?
La ragione di questo accostamento sta nel fatto che entrambe le encicliche toccano un tema di portata sociale e mondiale (non è questione di morale privata) destinato ad avere ripercussioni nel futuro per il secolo a venire, e, inoltre, si tratta in entrambi i casi della difesa fatta dalla Chiesa a favore della parte più debole dell’umanità.
Quest’affermazione, che non è stata fatta in modo retorico, dovrebbe comportare un insieme di iniziative, movimenti di pensiero e azioni politiche analogamente a quanto avvenne nel mondo cattolico dopo la pubblicazione della Rerum Novarum» (Sgreccia)
La legge naturale, da Cicerone a Papa Leone XIV, ha una vitalità universale
«Per avere allora un punto di riferimento unitario nell’azione politica, piuttosto che escludere a priori, nei processi decisionali, la considerazione del trascendente, gioverà cercare, in esso, ciò che accomuna tutti. A tale scopo, un riferimento imprescindibile è quello alla legge naturale, non scritta da mani d’uomo, ma riconosciuta come valida universalmente e in ogni tempo, che trova nella stessa natura la sua forma più plausibile e convincente. Di essa già nell’antichità si faceva autorevole interprete Cicerone, il quale nel De re publica scriveva: «La legge naturale è la diritta ragione, conforme a natura, universale, costante ed eterna, la quale con i suoi ordini invita al dovere, con i suoi divieti distoglie dal male […]. A questa legge non è lecito fare alcuna modifica né sottrarre qualche parte, né è possibile abolirla del tutto; né per mezzo del Senato o del popolo possiamo affrancarci da essa né occorre cercarne il chiosatore o l’interprete. E non vi sarà una legge a Roma, una ad Atene, una ora, una in seguito; ma una sola legge eterna e immutabile governerà tutti i popoli in tutti i tempi» (Cicerone, De re publica, III, 22).
La legge naturale, universalmente valida al di là e al di sopra di altre convinzioni di carattere più opinabile, costituisce la bussola con cui orientarsi nel legiferare e nell’agire, in particolare su delicate questioni etiche che oggi si pongono in maniera molto più cogente che in passato, toccando la sfera dell’intimità personale.»
Ed ecco quanto scriveva Bonhoeffer nel suo testo Etica: «Nell’etica protestante il concetto di “naturale” è stato screditato. Per gli uni era avvolto nelle tenebre del peccato universale, per gli altri brillava di luce primigenia. In conseguenza di queste interpretazioni, ambedue abusive, il concetto di “naturale” fu completamente eliminato dal pensiero protestante e abbandonato all’etica cattolica. Questo fatto costituì una grave perdita per il pensiero protestante, che si trovò alquanto disorientato di fronte ai problemi pratici della vita naturale. Si perse di vista il significato che le cose naturali hanno per l’Evangelo, e la Chiesa protestante non riuscì più a dire una parola chiara e a dare un’indicazione precisa sulle questioni scottanti della vita naturale. In tal modo la Chiesa lasciava innumerevoli persone senza risposta e senza aiuto alle prese con decisioni di vitale importanza, ed essa stessa si limitava sempre più a una difesa rigidamente ortodossa della grazia divina. Dinanzi alla luce della grazia, tutto ciò che è umano e naturale era sommerso nelle tenebre del peccato, perciò non si osava più prestare attenzione alle diversità esistenti nella sfera dell’umano e del naturale, per timore di sminuire la gratuità della grazia. L’atteggiamento del pensiero protestante su questo problema mostra come esso non conoscesse più il vero rapporto fra realtà ultime e penultime. L’abbandono di quel concetto ebbe notevoli e gravi conseguenze. Se all’interno della creazione caduta nel peccato non si fanno più differenze tra diversi comportamenti, si dà via libera al disordine e all’arbitrio, e non si è più responsabili dinanzi a Dio delle decisioni e degli ordinamenti concreti riguardanti la vita naturale. La sola antitesi alle cose naturali rimaneva in tal caso la parola di Dio: naturale e innaturale non venivano più contrapposti. L’uno e l’altro erano ugualmente condannati dalla parola di Dio. Tutto ciò comportava un completo disordine nel campo della vita naturale.
È dunque necessario ricuperare il concetto di “naturale” a partire dall’Evangelo.» (Etica, p. 121)
È ancora possibile accogliere gli insegnamenti dell’enciclica di San Giovanni Paolo II?
Dopo queste premesse ci possiamo addentrare nel tentativo di dare una risposta alla domanda sull’accoglimento dell’insegnamento della nostra Enciclica.
Partirò dal Comunicato Stampa di Verità e Vita del 2013: «Il Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione – guidato da monsignor Rino Fisichella – ha promosso per sabato 15 e domenica 16 giugno una manifestazione che celebri adeguatamente la Evangelium Vitae, la fondamentale enciclica di Giovanni Paolo II sui temi di bioetica. Il Comitato Verità e Vita – associazione non confessionale – aderisce con convinzione a questa iniziativa, confermando il suo impegno a non dimenticare la Evangelium Vitae come autentico caposaldo in difesa della legge naturale, conoscibile dalla ragione di ogni uomo di buona volontà. Verità e Vita ritiene che questa enciclica debba essere protetta da qualunque tentativo di ridimensionarla e di svuotarla dei suoi contenuti essenziali. Infatti, questo testo del Magistero cattolico ha – oltre che una evidente portata teologica e morale – una fortissima connotazione giuridica, e dunque civile…
Quali sono i criteri di giudizio dell’enciclica Evangelium Vitae?
Non è chi non veda come questi punti indicati siano al cuore del messaggio, e non hanno sempre costituito la trama di impegno e di riflessione che papa Giovanni Paolo II ha urgentemente chiesto: «Ci alzeremo in piedi…»
Il popolo della vita, quali speranze ha di incidere davvero nella società?
Una riflessione (legata a quanto papa s. Giovanni Paolo II ha scritto nell’enciclica, richiedendo l’impegno del «popolo della vita», per una cultura della vita contro una cultura della morte:
«Più che la domanda sul perché la chiesa non faccia delle battaglie culturali, io farei la domanda sul perché le perda quasi sempre. E la risposta è perché non c’è più un popolo cristiano che quelle verità cristiane le incarni, ne sappia dare ragione in una società in cui il cristianesimo è minoranza. La voce dei vescovi si è anche alzata, ma non è alzando la voce che si vincono le battaglie culturali. Si vincerebbero, semmai, se ci fosse un popolo con un’adeguata coscienza culturale della propria fede. Ma manca il popolo e manca la cultura». (Don Francesco Ventorino)
Che cosa fare? Provo a riprendere un esempio di Tommaso Scandroglio:
https://lanuovabq.it/it/il-male-minore-non-trasforma-in-bene-il-voto-sul-fine-vita
«Facciamo un doppio esempio per comprendere la differenza sostanziale tra le due proposte di legge. Il primo: Tizio, per vendetta, vuole appiccare un incendio ad una casa per distruggerla completamente. Caio viene a conoscenza di questo piano criminoso e per sventarlo decide di anticipare Tizio ed appiccare lui stesso l’incendio, ma in modo meno esteso, così da dissuadere Tizio dal suo intento: trovandosi una casa già semidistrutta, Caio spera che Tizio lasci perdere. Caio sa che per distruggere l’intera cosa ci vorrebbero almeno 100 kg di legna da ardere. Per distruggerne solo una parte, ne basteranno 40 kg. E così Caio dispone i 40 kg di legna intorno al perimetro della casa e appicca l’incendio. La casa viene semidistrutta dalle fiamme.
Secondo esempio. Tizio, per vendetta, vuole appiccare un incendio ad una casa per distruggerla completamente. Raccoglie allora 100 kg di legna, quantità sufficiente per distruggerla completamente. Tizio nottetempo dispone la legna intorno al perimetro della casa, ma nel frattempo, senza che Tizio se ne accorga, Sempronio riesce a togliere 60 kg di legna. Avrebbe voluto toglierne di più, ma si era dovuto fermare nel momento in cui Tizio appiccò l’incendio. Risultato: la casa viene semidistrutta dalle fiamme.
In entrambi i casi l’effetto materiale delle due azioni di Caio e Sempronio è il medesimo: una casa semidistrutta. Ma nel primo caso quell’effetto è causato da un atto illecito: appiccare un incendio. Nel secondo caso da un atto lecito: sottrarre la legna. Nel primo caso la limitazione del danno è l’effetto di un atto illecito (l’incendio doloso di Caio, seppur fatto per fini buoni), nel secondo caso la limitazione del danno è l’effetto di un atto lecito (la sottrazione da parte di Sempronio di 60 kg di legna)».
E domando: Come fare a cambiare la mentalità di chi vuole bruciare la casa del nemico?
Il ruolo culturale ed educativo dei pro-life
Abbiamo già ricordato il ruolo dei pro-life e di tutti i Cristiani, nessuno escluso: la cultura della vita
La paziente e coraggiosa opera educativa sembra essere la strada per un cambiamento auspicato per il bene dell’uomo, di ogni uomo
«88. Tutto questo comporta una paziente e coraggiosa opera educativa che solleciti tutti e ciascuno a farsi carico dei pesi degli altri (cf. Gal 6, 2); richiede una continua promozione di vocazioni al servizio, in particolare tra i giovani; implica la realizzazione di progetti e iniziative concrete, stabili ed evangelicamente ispirate.»
Quando a San Marino ci siamo interrogati su come contrastare la deriva abortista, il Presidente della FEDERAZIONE DELLE ASSOCIAZIONI FAMILIARI CATTOLICHE IN EUROPA (FAFCE) ci ha ricordato che la strada per difendere la vita passa necessariamente per la difesa della famiglia. Come ricorda a chiare lettere Giovanni Paolo II, la famiglia è il santuario della vita.
«92. All’interno del «popolo della vita e per la vita», decisiva è la responsabilità della famiglia: è una responsabilità che scaturisce dalla sua stessa natura — quella di essere comunità di vita e di amore, fondata sul matrimonio — e dalla sua missione di «custodire, rivelare e comunicare l’amore».»
Allora, che fare? Comportatevi come figli della luce!
«Urgono una generale mobilitazione delle coscienze e un comune sforzo etico, per mettere in atto una grande strategia a favore della vita. Tutti insieme dobbiamo costruire una nuova cultura della vita: nuova, perché in grado di affrontare e risolvere gli inediti problemi di oggi circa la vita dell’uomo; nuova, perché fatta propria con più salda e operosa convinzione da parte di tutti i cristiani; nuova, perché capace di suscitare un serio e coraggioso confronto culturale con tutti.»
Il compito della donna, la sua vocazione e responsabilità
«99. Nella svolta culturale a favore della vita le donne hanno uno spazio di pensiero e di azione singolare e forse determinante: tocca a loro di farsi promotrici di un «nuovo femminismo» che, senza cadere nella tentazione di rincorrere modelli «maschilisti», sappia riconoscere ed esprimere il vero genio femminile in tutte le manifestazioni della convivenza civile, operando per il superamento di ogni forma di discriminazione, di violenza e di sfruttamento.
Riprendendo le parole del messaggio conclusivo del Concilio Vaticano II, rivolgo anch’io alle donne il pressante invito: «Riconciliate gli uomini con la vita».»
Don Gabriele Mangiarotti
Comitato “ Pro-life insieme “