L’embrione, uno di noi fin dal primo istante. La spiegazione del Dott. Viviani

L’embrione, uno di noi fin dal primo istante. La spiegazione del Dott. Viviani


Quando inizia la vita umana? Siamo veramente soltanto dei grumi di cellule? Esiste un momento preciso, una sorta di “Big Bang“ della biologia dell’essere umano?

Domande di questo genere meritano le risposte precise della scienza, per poter confrontarci seriamente con tutti coloro che negano l’evidenza dell’inizio dell’essere umano. Risponde il Dott. Giovanni Viviani.

1) Che cosa è  la fecondazione? 

La fecondazione umana è il processo biologico in cui il gamete maschile (spermatozoo) e quello femminile (ovocita) si fondono per creare lo zigote, la prima cellula di un nuovo individuo umano.

I gameti, o cellule sessuali, ovulo e spermatozoo, sono cellule aploidi, cioè contengono solo 23 cromosomi anziché 46 come tutte le altre cellule del corpo umano; la loro unione darà origine ad una cellula con 46 cromosomi (23 materni + 23 paterni), lo zigote, o embrione a una cellula, l’inizio di una nuova vita umana.

2) Può descrivere le fasi della fecondazione?

La fecondazione prevede fasi ben precise.

Ovulazione: l’ovaio rilascia un ovulo maturo all’interno delle tube di Falloppio, dove rimane vitale, se non fecondato, per sole 12-24 ore.

-Gli spermatozoi, dopo il rapporto sessuale, risalgono attraverso la vagina e l’utero fino alle tube, ove incontrano l’ovulo; solo uno, dei milioni di spermatozoi emessi con l’eiaculazione, riesce a penetrare la membrana protettiva dell’ovocita (zona pellucida).

Formazione dello zigote: i nuclei dei due gameti si uniscono unendo i loro corredi cromosomici (23 + 23 = 46 cromosomi), stabilendo il patrimonio genetico del nascituro, unico, diverso da quello materno e paterno

3) Entriamo nei dettagli: che cosa accade nello specifico?

L’incontro tra ovulo e spermatozoo inizio a una serie ordinata di eventi:

-penetrazione attraverso le cellule del cumulo ooforo, che circondano l’ovocita e lo nutrono

contatto con l’ovulo vero e proprio e reazione acrosomiale, cioè il rilasciamento di enzimi che consentono allo spermatozoo di attraversare la zonapellucida e fondere la propria membrana plasmatica con quella dell’ovocita.

la fusione delle due membrane cellulari dà vita alla cosiddetta onda calcica che determina depolarizzazione della membrana e apertura dei canali del calcio; questa reazione altera la zona pellucida impedendo l’ingresso di altri spermatozoi (il cosiddetto blocco della polispermia, cioè dell’anomala penetrazione di più spermatozoi all’interno di una singola cellula uovo; la polispermia è un evento anomalo che porta a un embrione con un corredo genetico alterato poliploidia, causandone solitamente la morte).

 

4) L’onda calcica è l’inizio della nuova vita?

Onda calcica

L’onda calcica è il segnale biologico universale che attiva lo sviluppo embrionale.

Quando lo spermatozoo penetra nell’ovocita, innesca un massiccio rilascio di ioni Ca²⁺ dai depositi interni della cellula. L’aumento della concentrazione del calcio avviene circa 20 secondi dopo l’ingresso del gamete maschile nell’ovocita, blocca l’ingresso di altri spermatozoi e avvia il metabolismo cellulare per la formazione del nuovo embrione.

Tutto questo avviene nel corso di pochi secondi; è una reazione visibile al microscopio, come un piccolo big-bang che annuncia l’inizio di una nuova vita umana, che ha bisogno della madre per crescere, ma è fin da subito unico, con un corredo cromosomico diverso da qualsiasi altro, autonomo, che immediatamente inizia a dialogare con la madre (il cross-talk, dialogo che avviene attraverso la produzione di citochine, e permette che il nuovo embrione non venga rigettato ma si impianti nell’utero materno).

5) Quali sono le conclusioni?

L’incontro dei 2 gameti, ovulo e spermatozoo, dà origine ad  un nuovo essere umano, un nuovo individuo;  ha una propria identità biologica e genetica. Ha 46 cromosomi, 23 ricevuti dal padre e 23 dalla madre, possiede un proprio DNA. Dal primo giorno l’embrione si sviluppa in modo unitario, coordinato, continuo e graduale; non è uomo e persona in “potenza”, è già uomo e persona

 Dott. Giovanni Viviani. Medico chirurgo.

Comitato “ Pro-life insieme “

http://www.prolifeinsieme.it

 

 

La transizione di genere riduce il rischio di suicidio? Dott. Giovanni Viviani

La transizione di genere riduce il rischio di suicidio? Dott. Giovanni Viviani

“O transizione o suicidio”: questa l’alternativa (potremmo definirla ricatto) a cui tanti genitori di ragazzi/ragazze trans sono stati messi di fronte.

La narrazione dominante nel mondo LGBTQ+ sostiene che i “ragazzi trans” corrono un rischio maggiore di suicidio se non ricevono un immediato accesso alle cure di affermazione di genere. L’ aumento del rischio suicidario non sarebbe dovuto a una preesistente instabilità mentale, bensì alla mancata validazione dell’identità di genere.

A sfatare questo mito è uno studio finlandese pubblicato sulla rivista Acta Paediatrica   (Psychiatric Morbidity Among Adolescents and Young Adults Who Contacted Specialised Gender Identity Services in Finland in 1996–2019: A Register Study).https://onlinelibrary.wiley.com/share/CSUS7U2YGNW5MTVVJWKT?target=10.1111/apa.70533

Sono stati esaminati 2.083 giovani sotto i 23 anni che si sono rivolti ai servizi specialistici del sistema sanitario nazionale finlandese.

I risultati sono chiari: tra gli adolescenti che hanno ricevuto trattamenti di affermazione di genere la morbilità psichiatrica (depressione, disturbi alimentari, tentativi di suicidio e altre gravi patologie mentali) è aumentata notevolmente durante il follow-up. Prima dell’invio ai servizi specialistici, il 45,7% dei giovani con disforia di genere presentava già problemi di salute mentale, contro il 15% della popolazione di controllo. Due anni o più dopo l’inizio del percorso di transizione, la percentuale saliva al 61,7%, contro il 14,6% del gruppo di controllo. Dopo l’intervento del sistema sanitario la situazione peggiorava.

Ancora più rivelatore è il confronto tra chi ha proseguito con ormoni e chirurgia e chi ha interrotto o rifiutato il percorso. Gli adolescenti che non hanno assunto bloccanti della pubertà né si sono sottoposti a interventi chirurgici hanno mostrato un aumento molto minore dei problemi di salute mentale. In altre parole, astenersi dalla transizione ha prodotto esiti migliori.

Lo studio finlandese dimostra quindi che la disforia di genere si accompagna spesso ad una grave vulnerabilità psichiatrica preesistente e che i trattamenti di affermazione di genere, anziché risolvere il problema, lo aggravano.

In precedenza altri studi  avevano dato risultati sovrapponibili.

Secondo la Cass review (che ha determinato il cambiamento dell’ approccio al trattamento della disforia di genere nel Regno Unito): “Tragicamente le morti per suicidio tra le persone trans di tutte le età continuano a essere al di sopra della media nazionale, ma non ci sono prove che i trattamenti di affermazione di genere riducano questo dato. Le prove disponibili suggeriscono che questi decessi sono legati a una serie di altri fattori psicosociali complessi e a malattie mentali.”

Uno dei problemi centrali nel lavoro sulla disforia di genere è proprio quello relativo alla complessità clinica e alle variegate comorbidità presenti in questo ambito: disturbi d’ansia e dell’umore; disturbi di personalità e disturbi dissociativi, disturbi schizofrenici, disturbi alimentari e altri disordini ad implicazione corporea, disturbi del neurosviluppo, tra i quali, ben accertati, l’ADHD e soprattutto i disturbi dello spettro autistico.

Chi sostiene la terapia affermativa parla di “co-occorrenza” anziché “comorbidità”: cioè, per esempio, la contemporanea presenza di autismo e disforia di genere indica la presenza di 2 quadri distinti, che vanno tratti autonomamente; in altre parole, la presenza di autismo (o di altre psicopatologie) non controindica l’avvio del processo di transizione.

Ma la recente letteratura psicologica/psichiatrica insiste sul fatto che la popolazione transgender è una popolazione complessa che necessita di una attenta assistenza psicologica, e che né la transizione ormonale, né quella chirurgica risultano risolutive rispetto ai loro problemi di fondo. 

Non si può trattare la disforia di genere come qualcosa di separato dal resto della persona.

Uno studio pubblicato sull’Oxford Journal of Sexual Medicine ha rilevato che sottoporsi a un intervento chirurgico per il cosiddetto “cambio di sesso”, lungi dal ridurre i tassi di depressione tra i disforici di genere, aumenta sostanzialmente i tassi non solo di  depressione, ma anche di ansia, ideazione suicida e disturbi da uso di sostanze.

I maschi sottoposti a intervento chirurgico avevano un tasso di  depressione del 25,4%, rispetto all’11,5% di coloro che non si erano sottoposti. Le donne sottoposte all’intervento  avevano un tasso di depressione del 22,9%, rispetto al 14,6% di quelle che non si sono sottoposte all’intervento.

Tornando allo studio finlandese, possiamo concluderecon gli autori che la morbilità psichiatrica dopo riassegnazione di genere negli adolescenti aumenta, invece che ridursi, e che “alla luce dei presenti risultati, i disturbi psichiatrici gravi non sembrano attribuibili principalmente alla disforia di genere”, ma ad una condizione di sofferenza psicologica pregressa, e che: “si è osservato un aumento considerevole della necessità di trattamento psichiatrico tra gli adolescenti che si erano sottoposti a terapia ormonale di riassegnazione”.

Quindi “i disturbi psichiatrici richiedono un trattamento adeguato indipendentemente dall’identità di genere del giovane”.

E’ per tale motivo che le linee guida finlandesi fin dal 2020 individuano nella psicoterapia la prima linea di intervento per gli adolescenti con disforia di genere, raccomandando un trattamento mirato delle comorbidità prima di considerare qualsiasi opzione medica collegata alla disforia.

 Dott. Giovanni Viviani. Medico chirurgo

Comitato “ Pro-life insieme “

http://www.prolifeinsieme.it

https://www.adhocnews.it/la-transizione-di-genere-riduce-il-rischio-di-suicidio/

RU486 tramite telemedicina?Eventi avversi nascosti: dott. Viviani

RU486 tramite telemedicina?Eventi avversi nascosti: dott. Viviani

Egregio Direttore,
Chiedo di poter replicare all’articolo https://www.ekhbary.com/news/laborto-farmacologico-tramite-telemedicina-%C3%A8-sicuro-quanto-lassistenza-di-persona-rivela-uno-studio-340-8.html
L’aborto farmacologico tramite telemedicina è sicuro quanto l’assistenza di persona
Pubblicato su: ekhbary.com
Un recente studio documenta risultati sovrapponibili ottenuti con aborto
farmacologico di persona e a distanza (telemedicina). Ma gli eventi avversi della
pillola abortiva sono superiori all’aborto chirurgico.
L’articolo commenta uno studio della dott.ssa Ushma Upadhyay pubblicato nel
febbraio 2024 sulla rivista scientifica Nature Medicine (Effectiveness and safety of
telehealth medication abortion in the USA).
Lo studio ha analizzato circa 6000 aborti farmacologici a distanza (telemedicina)
condotti tra aprile 2021 e gennaio 2022.
Sono stati evidenziati eventi avversi (eccessivo sanguinamento, infezioni) nello 0,25%
delle pazienti; nel 2,5% dei casi non si è interrotta la gravidanza.
Secondo gli autori questi tassi di complicanze sono sovrapponibili a quelli dell’aborto
farmacologico con accesso medico, dimostrando così l’efficacia dell’approccio a
distanza.
Quello che l’articolo non dice, e che è documentato da lungo tempo (Greene M,
N Eng J Med, 2005), poi confermato da altri studi, è che le complicanze dell’aborto
farmacologico sono più frequenti rispetto all’aborto chirurgico, e questo vale per
tutti gli eventi avversi considerati (emorragia, aborto incompleto, necessità di
ricovero ospedaliero d’urgenza). In particolare la mortalità per aborto farmacologico
è superiore di 10 volte all’aborto chirurgico (1/100.000 rispetto a 0,1/100.000)
(Greene M, N Eng J Med, 2005); l’FDA fino al 31/12/2018 ha contato 28 donne
decedute con RU 486, più altri 18 decessi registrati in altri paesi.
Nel 2025 è stato pubblicato sulla rivista Ethics and public policy center uno studio
condotto su ben 865.727 aborti farmacologici registrati dal 2017 al 2023, che ha
documentato, nei 45 giorni successivi all’assunzione di Mifepristone, la presenza di
effetti avversi, definiti severi, nel 10,93% delle donne, tra cui infezioni (1,34%), sepsi
(0,10%), emorragie (3,31%); 1257 donne (0,15%) hanno necessitato di trasfusioni; il
4,66% delle donne si è recato in Pronto Soccorso, lo 0,66% ha avuto un ricovero
ospedaliero; 24.563 donne (2,84%) sono state sottoposte a revisione chirurgica per
aborto incompleto.
La conclusione degli autori è che, nel mondo reale, il tasso di complicanze per aborto
farmacologico è nettamente superiore (in questo studio di ben 22 volte) allo 0,5%
segnalato in altri lavori scientifici.
Tutto questo dovrebbe spingere ad una maggior prudenza verso l’aborto
farmacologico

Dott. Giovanni Viviani. Medico chirurgo
Comitato “ Pro-life insieme “
www.prolifeinsieme.it

L’embrione è un grumo di cellule? La spiegazione del medico(video)

L’embrione è un grumo di cellule? La spiegazione del medico(video)

L’EMBRIONE: UN GRUMO DI CELLULE?

Cos’è l’embrione? Quando inizia la vita umana? Quando inizia la gravidanza?
C’è molta voluta confusione rispetto a queste domande.
Si parla di grumo di cellule senza importanza, cancellando l’umanità dell’embrione, si tiene in considerazione solo il punto di vista della donna (il professor Carlo Flamigni a Repubblica ha dichiarato: «La vita inizia quando la donna decide che è iniziata»).
Si parla di ootide (periodo di tempo tra l’ingresso dello spermatozoi nell’ovulo e la fusione dei due nuclei, maschile e femminile)  o di pre-embrione (una sorta di pre-uomo, cioè l’embrione umano fino al quattordicesimo giorno, momento in cui si forma la stria primitiva), entità che non esistono nei testi di embriologia.
Ancora, senza nessuna base scientifica, si è spostato l’inizio della gravidanza dal momento della fecondazione (incontro ovulo-spermatozoo) al momento dell’impianto dell’embrione in utero (dopo 6-8 giorni); questo per poter definire  contraccezione d’emergenza la pillola del giorno o dei 5 giorni dopo, negando gli effetti microabortivi legati alla loro capacità di impedire l’impianto dell’uovo fecondato.

Ma cosa succede dal momento della fecondazione all’impianto in utero?
Durante il rapporto sessuale gli spermatozoi risalgono attraverso l’utero fino alle tube di Falloppio, dove incontrano l’ovulo maturo rilasciato dall’ovaio durante l’ovulazione; uno solo di milioni di spermatozoi riesce a penetrare la membrana dell’ovulo. I loro nuclei si fondono unendo i rispettivi 23 cromosomi  formando un nuovo essere umano con 46 cromosoni (23 paterni e 23 materni).
Lo zigote (embrione a 1 cellula) inizia a dividersi (prendendo prima il nome di morula -embrione pluricellulare- e poi blastocisti -embrione in fase di pre-impianto) e viaggia verso l’utero, dove si annida (impianto) circa 6-8 giorni dopo.
Nel 2002 Hellen Pearson pubblicò su Nature un importante lavoro: your destiny from day one (il tuo destino dal primo giorno). In questo studio si dimostra che già dal primo giorno c’è un protagonismo dell’embrione, il quale, ancor prima di impiantarsi, colloquia in maniera biochimica, ormonale e immunologica con la madre.
Va riaffermato con forza che, ancor prima dell’annidamento, tra madre e figlio si è già avviato un attivo e finalizzato dialogo biochimico che rende possibili i vari steps successivi, come ad esempio l’instaurarsi delle tolleranze immunitarie, indispensabili per l’impianto e per la successiva evoluzione della gestazione.
S.F. Gilbert scriveva nel 2000 in Developmental Biology che la fecondazione è il processo mediante il quale due cellule sessuali si fondono insieme per avere un nuovo individuo con un corredo genetico derivato da entrambi i genitori: l’embrione unicellulare (zigote). Il British Medical Journal, nel novembre 2000, ha detto: “L’embrione è un attivo orchestratore del suo impianto e del suo destino”.

Possiamo riassumere in 5 caratteristiche la natura umana e   il protagonismo dell’embrione fin dal primo giorno:
a) ha una sua identità umana (46 cromosomi).
b) ha una sua individualità e unicità, un corredo genetico diverso da ogni altro individuo
c) ha una autonomia biologica (lo shift metabolico energetico); pur non essendo attaccato anatomicamente alla parete della tuba assume sostanze nutritive dai liquidi zuccherini presenti nella tuba.
d) determina il proprio destino; come dice Helen Pearson su Nature, subito, nei minuti successivi al concepimento, sappiamo già dove si formerà l’estremo cefalico, la colonna, gli arti, i piedi». “Già alla prima divisione cellulare l’embrione mostra un’organizzazione interna: la cellula con la porzione di membrana da cui è entrato lo spermatozoo darà luogo alla massa cellulare interna (l’embrione), mentre dall’altra si svilupperà il trofoblasto (placenta e annessi)”
e) Il “cross-talk” (mirato all’impianto e alla tolleranza immunologica), dialogo con la madre che avviene attraverso «un linguaggio di molecole», come le citochine, prodotte dallo stesso  concepito. L’embrione, che solo per il 50% è composto da  geni della madre, non viene rigettato; lo stesso impianto è un fattore di dialogo. La capacità di sopravvivenza nell’organismo materno dipende dalla soppressione dell’interazione immunologica materno-fetale.

In conclusione l’embrione umano è una persona umana, un nuovo individuo che si forma con il concepimento. Lo dice la scienza: è un organismo nuovo della specie umana, con propria identità biologica e genetica. Ha 46 cromosomi, 23 ricevuti dal padre e 23 dalla madre, possiede un proprio DNA. Dal primo giorno l’embrione si sviluppa in modo unitario, coordinato, continuo e graduale; non è uomo e persona in “potenza”, è già uomo e persona.
A partire dalla fecondazione, ci sono certo dei passaggi importanti: annidamento in utero, formazione di organi, ma in continuità tra un passaggio e l’altro. Rimane, sempre e ininterrottamente, lo stesso identico individuo.
Al Prof. Jan Wilmut, cui si devono gli studi sulla clonazione, fu chiesto: “Quando ha iniziato l’uomo ad essere uomo?”; “Ognuno di noi ha iniziato la propria vita in un unico zigote unicellulare”.

Dr Giovanni Viviani, medico
Comitato “ Pro-life insieme “
www.prolifeinsieme.it

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Abortire bimbi con sindrome di Down: testimonianza di dolore (video)

Abortire bimbi con sindrome di Down: testimonianza di dolore (video)


INTERVISTA A HEIDI CRO
WTER

 Queste le parole amare, dolorose, ma anche piene di orgoglio di Heidi Crowter, bambina affetta da sindrome di Down, nell’intervista del video:

“La legge prevede che un bambino sano possa essere  abortito fino alla 24° settimana, mentre un bambino con sindrome di Down fino al termine della gravidanza. In quanto persona con sindrome di Down, trovo la cosa profondamente offensiva, e questo mi fa stare davvero male e piangere. Perché mi ricorda che nessuno mi ama.

“Come è vivere la vita con la sindrome di Down?” “Direi che è piena di avventura e  di opportunità; direi: guarda la persona dietro il cromosoma extra, e guarda la bellezza interiore”.

La sindrome di Down (descritta per la prima volta nel 1866 dal medico inglese John Langdon Down, che ne identificò le principali caratteristiche) è una condizione genetica caratterizzata alla presenza di un cromosoma 21 in più nelle cellule: invece di 46 cromosomi nel nucleo di ogni cellula ne sono presenti 47; da qui il termine Trisomia 21 (il riconoscimento della alterazione genetica avvenne nel 1959 da parte del dottor Jérôme Lejeune ).

Questa scoperta portò allo sviluppo di test prenatali, usati per individuare la Sindrome di Down nei feti, e questo ha portato, con grande delusione e dolore da parte di Lejune, a una frequente interruzione volontaria di gravidanza dei feti affetti da trisomia 21 (oggi in Italia fino all’80 per cento delle gravidanze di bimbi con la trisomia 21 vengono interrotte). Attualmente in Italia 1 bambino su 1200 nasce con questa condizione.

La conseguenza di questa alterazione cromosomica è un handicap caratterizzato da un variabile grado di ritardo nello sviluppo mentale, fisico e motorio del bambino.

Non esiste una cura, ma attraverso un intervento precoce di stimolazione psicomotoria e logopedia fin dai primi mesi di vita, associato ad un attento monitoraggio medico (rivolto soprattutto ad eventuali cardiopatie congenite) e ad un sostegno educativo (percorsi scolastici personalizzati e programmi di formazione professionale per promuovere l’indipendenza e l’inserimento lavorativo) l’aspettativa e la qualità della vita sono migliorate.

L’aspettativa di vita è oggi  di circa 62 anni, e si prevede che in futuro sia destinata ulteriormente a crescere, fino a raggiungere quella della popolazione generale.

La maggior parte dei soggetti con sindrome di Down può raggiungere un buon livello di autonomia personale, curare la propria persona, cucinare, fare  sport e frequentare gli amici, andare a scuola, imparare a leggere e scrivere, apprendere un mestiere e impegnarsi in un lavoro.

Ha scritto Maddalena Anzaghi, mamma di una bambina Down e presidente dell’associazione 7xte21, nata per rispondere ai bisogni di bambini e giovani in situazione di svantaggio fisico e/o psichico, con particolare attenzione alle persone con Trisomia 21 e alle loro famiglie:

«La prima cosa da dire a un genitore che aspetta un bambino con sindrome di Down è di non avere paura, perché quel bambino è suo figlio e per questo lo amerà. Non importa se c’è un cromosoma in più, la sua vita è un dono grande, è bella. Le difficoltà ci sono, ma si affrontano».

Le testimonianze di tanti genitori di bambini con sindrome di Down descrivono spesso un iniziale shock o paura, che si trasforma in una straordinaria esperienza di vita, arricchita da amore e gioia. I genitori sottolineano che i figli donano sorrisi contagiosi, cocciutaggine e una profonda capacità di amare.

 

Dott  Giovanni Viviani. Medico chirurgo

Comitato Pro-life insieme

http://www.prolifeinsieme.it