RU486 e rischi per la vita: donne che difendono le donne

RU486 e rischi per la vita: donne che difendono le donne

https://www.la-notizia.net/2025/12/17/politiche-sanitarie-e-aborto-farmacologico-donne-di-destra-nelle-marche-cambio-di-rotta-che-preoccupa/
Politiche sanitarie e aborto farmacologico, Donne di Destra: “Nelle Marche cambio di rotta che preoccupa”

Finalmente, una volta tanto, si leggono considerazioni improntate ad un certo senso della realtà. La prima scottante considerazione è che il procurato aborto uccide in utero una figlia concepita (femminicidio?) oppure un figlio concepito.
Riguardo al procurato aborto per mezzo di RU486, che viene invocato da molteplici organizzazioni abortiste, la Danco, ditta produttrice, dichiara che «meno dello 0,5%» delle madri che ricorrono alla RU486 per abortire incorrono in complicanze. A questo si riferisce la vecchia circolare, invocata dai firmatari della lettera aperta.
Chi non voglia campare nell’ignoranza dovrebbe leggere lo studio di Hall JB – Anderson RT condotto su 865.727 aborti con il mifepristone dal 2017 al 2023 per i quali sono state richieste di indennizzo alle assicurazioni (The abortion pill harms women: Insurance data reveals one in ten Patients experiences a serious adverse event. EPPC Ethic & Public Policy Center https://eppc.org/publication/stop-harming-women/) più di una madre su dieci il 10,93% che abortisce con RU486 subisce serie complicazioni:  infezione (11.707 casi pari all’1,34%), sepsi (824 casi pari allo 0,10%), emorragia (28.658 casi pari al 3,31%), necessità di trasfusione (1.257 casi pari allo 0,15%), gravidanza ectopica (3.062 casi pari allo 0,35%), ricovero in ospedale correlato all’aborto (5.699 casi pari allo 0,66%), altre complicazioni peculiari dell’aborto non specificate (49.169 casi pari al 5,68%), eventi avversi cardiaci e polmonari, trombosi, anafilassi (reazione allergica grave e potenzialmente letale), pericolosi per la vita (1.956 casi pari allo 0,22%), necessità di intervento chirurgico.
Intanto, approfittando delle festività di fine anno, i sostenitori delle varie associazioni abortiste potrebbero fare una scappata a Brampton in Ontario – Canada per una visita di cortesia  ai familiari di Rheanna Laderoute, l’ultima diciannovenne deceduta per aborto chimico, e spiegare loro con dovizia di particolare la bellezza e la sicurezza del  procurato aborto chimico.

Si noti che gli abortisti chiamano questa modalità di aborto “aborto farmacologico”. Ma se definiamo farmaco una sostanza volta a curare una patologia, il procurato aborto per mezzo di sostanze chimiche non potrà mai essere definito “aborto farmacologico”, poiché la gravidanza è una condizione fisiologica propria della donna che ha concepito un figlio e quindi è madre. La RU486 è pertanto una sostanza chimica atta ad uccidere in utero una figlia concepita (femminicidio?) oppure un figlio concepito. La gravidanza non è una patologia, e coloro che la identificassero come patologia dovrebbero studiare per uscire dalla loro ignoranza.
D’altra parte qualsiasi procurato aborto espone la madre abortente a possibili gravi effetti avversi: emorragie, sepsi, danni anatomici a carico dell’utero, successivi aborti spontanei e parti pretermine, malattia infiammatoria pelvica, infertilità, gravidanze ectopiche, ansia e depressione, rimpianto, disturbo post-traumatico da stress, drammatico incremento di cancro della mammella a causa del Link ABC cioè il rapporto causale tra Abortion e Breast Cancer.
Le organizzazioni abortiste si assumono quindi responsabilità per quanto sopra esposto mentre invocano un inesistente diritto all’IVG cioè al procurato aborto. Leggiamo la 194/1978 “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza:  Art. 1. Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite.

Art. 2. I consultori familiari assistono la donna in stato di gravidanza: a) informandola sui diritti a lei spettanti in base alla legislazione statale e regionale, e sui servizi sociali, sanitari e assistenziali concretamente offerti dalle strutture operanti nel territorio; b) …legislazione sul lavoro a tutela della gestante; c) attuando direttamente o proponendo … speciali interventi, quando la gravidanza o la i incolettera a); d) contribuendo a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza.
Questo è esattamente quanto persone coscienti dovrebbero invocare per ogni madre, questo andrebbe richiesto, questo l’Assessore alla Sanità della Regione Marche dovrebbe attuare. Diversamente l’Assessore violerebbe la Legge e sarebbe suscettibile di azioni legali.
Per concludere lascerei  la parola a due abortisti:
Silvio Viale nel maggio 2019 a La Zanzara, ha dichiarato di aver praticato diecimila aborti:  “Finora nella mia carriera credo di aver praticato circa 10mila aborti. Nell’ottica degli antiabortisti sono un pluriomicida, ma non me ne frega niente Io i bambini li frullo, e non ho paura a dirlo.“
Giorgio Pardi, professore di ostetricia-ginecologia presso la Clinica Mangiagalli di Milano: insieme con Giovanbattista  Candiani, fu il primo ad eseguire un’interruzione di gravidanza in Italia dopo l’introduzione della 194/1978, ma riteneva più che necessaria la presenza dei CAV Centri di Aiuto alla Vita accanto ai reparti di ostetricia. Era e rimaneva (illogicamente) a favore della 194/1978. Rilasciava tuttavia questa dichiarazione: «Sono ateo, l’ho già detto? Io non credo in Dio, non ho la grazia della fede, che vuole che le dica? Quindi scriva scriva scriva che il dottor Pardi Giorgio è ateo o, se preferisce, è un laico. E aggiunga anche che per ritenere l’aborto un omicidio non serve la fede. Basta l’osservazione. Quello è un bambino. L’aborto è un omicidio. Difendo ancora la 194, ma è soprattutto nella parte a tutela della vita che andrebbe applicata. Perché l’interruzione di gravidanza è una ferita che non si cicatrizza». https://www.tempi.it/giorgio-pardi-laborto-un-omicidio/
Se questo è il diritto, il progresso, il bene della donna…

Luciano Leone. Ancona
Vittoria Criscuolo. Varese
Manuela Ferraro. Poggibonsi ( Siena)
Enrico Tacchi. Busto Arsizio ( Varese)
Angela D’Alessandro. Bolzano
Barbara Cinti. Capriate (Bergamo)
Rita Viviani. Siena
Maria Cariati. Parma

Comitato “ Pro-life insieme “
www.prolifeinsieme.it

Bologna, RU486 e femministe:i rischi della disinformazione

Bologna, RU486 e femministe:i rischi della disinformazione

https://mujeres-libres-bologna.noblogs.org/post/2025/07/23/laborto-farmacologico-e-sicuro-basta-fake-news-degli-anti-scelta/
L’aborto farmacologico è sicuro : basta fake news degli anti-scelta!

È sempre un piacere interagire con “donne libere”, le quali democraticamente invocano un confronto sano e costruttivo scrivendo: “pretendiamo che negli spazi pubblici del comune di Bologna non vengano messi messaggi anti scelta!”.
Il primo criterio nel giudicare un’azione non è la libertà di scelta, bensì se quella azione sia morale oppure immorale, buona o cattiva, lecita oppure illecita.
Nel caso del procurato aborto chi parla o più esattamente blatera di “libertà di scelta” mette il carro davanti ai buoi, sovverte l’ordine logico del giudizio.
Soltanto quando un’azione è morale, buona, lecita subentra la “libertà di scelta”: soltanto se sono libero da altri doveri, posso scegliere se leggere un libro oppure se fare una passeggiata.
Non esiste la “libertà di scelta” di ammazzare, di violentare, di rubare, di gettare un’automobile a folle velocità. Quindi non esiste neppure “libertà di scelta” di chichessia nei confronti del nascituro.
Mujeres libres scrivono: “la RU486 è sicura ed efficace, lo dice l’Organizzazione Mondiale della Sanità”: quanto siano scientificamente fondate e veritiere molte posizioni dell’OMS è stato ampiamente sperimentato anche durante la pandemia Covid.
“Dati recenti della letteratura scientifica (BMJ 2025; 388: e082801) sugli effetti collaterali già della contraccezione ormonale ordinaria (non d’emergenza) rivelano un rischio doppio di ictus ischemico e di infarto del miocardio per le donne che hanno assunto pillole estrogeno-progestiniche, mentre per le pillole a base di solo progestinico il rischio aumenta di 1,5 volte. Per l’anello vaginale combinato il rischio di trombosi arteriosa è maggiore: 2,4 volte per l’ictus ischemico e 3,8 volte per l’infarto miocardico. Per il cerotto transdermico contraccettivo il rischio per l’ischemia cerebrale è 3,4 volte aumentato; per l’impianto sottocutaneo a base di solo progestinico il rischio di ictus è 2,1 volte maggiore e circa 3 volte superiore per l’infarto miocardico.
Per la pillola del giorno dopo che ha un dosaggio di progestinico (Levonorgestrel LNG 1,5 mg) 10 volte superiore a quello contenuto in una classica pillola estroprogestinica, conosciamo gli effetti collaterali immediati (nausea, vomito, mal di testa, dolore addominale, perdite di sangue, alterazioni del ciclo mestruale, tensione mammaria, vertigini) che possono durare alcuni giorni. Non sono stati ancora prodotti studi che valutino gli effetti a distanza sulla salute delle donne che hanno assunto una o più volte questo stesso farmaco, come invece meriterebbero di essere fatti.”

“Un effetto collaterale importante dell’UPA è quello epatotossico.
Nel 2018 il PRAC dell’EMA ha bloccato la dispensazione del farmaco Esmya contenente 5 mg di Ulipristal acetato (un dosaggio dell’UPA 6 volte inferiore a quello della pillola ellaOne) per potenziale grave danno epatico in donne che lo assumevano per problemi di fibromatosi uterina. Pur in presenza di questo documentato effetto epatotossico, non è stata presa nessuna precauzione nella vendita di questa «pillola dei 5 giorni dopo», anche a donne minorenni e senza prescrizione medica.
Nel foglietto illustrativo viene soltanto scritto: «ellaOne non va utilizzato come contraccettivo regolare»; tra le avvertenze, è inclusa quella di rivolgersi al medico «se soffre di una malattia del fegato». È stato giustamente rilevato come la vendita senza prescrizione medica di ellaOne per l’uso come pillola post-coitale, in seguito a somministrazioni ripetute, potrebbe facilmente portare ad una assunzione del farmaco oltre la quantità ritenuta potenziale causa dei gravi danni epatici che hanno motivato il ritiro del farmaco Esmya (Mozzanega, 2020).”

“Strategie di vendite per motivi economici
Non considerare queste conoscenze scientifiche sulle pillole post-coitali, finalizzando tutta la loro promozione e la diffusione più ampia e senza controllo sanitario – viene anche auspicata dagli autori la vendita senza ricetta medica alle minorenni anche della pillola del giorno dopo – allo scopo di “ridurre le gravidanze indesiderate tra le persone che non vivono in coppia, per lo più utilizzatrici di preservativi e/o esposte al rischio di rapporti sessuali non protetti”, significa disprezzare la salute delle donne, favorire un costume sessuale che deprime la dignità della persona, resa incapace di scelte responsabili in una dimensione della vita così fondamentale, quale quella sessuale.
Tutto questo per l’evidente e spudorato interesse economico delle case farmaceutiche che producono questa tipologia di prodotti; gli autori infatti, parlano di “strategie di vendite e disseminazione delle ECP”!”   (estratto da https://prolifeinsieme.it/?s=Virgolino&et_pb_searchform_submit=et_search_proccess&et_pb_include_posts=yes&et_pb_include_pages=yes)

Mujeres libres scrivono: “L’aborto è cura”. La cura è necessaria contro una patologia. Desidererei sapere: Di che cosa il procurato aborto sarebbe cura? La gravidanza è una patologia? L’OMS ha classificato la gravidanza  come patologia? Un bambino concepito è una patologia?
A questo punto sono d’accordo con quest’unica affermazione di Mujeres libres:  nel mondo “la capacità critica è già fortemente compromessa”: ma non la capacità critica e scientificamente ben fondata di coloro che si oppongono al procurato aborto.
Giorgio Pardi, professore di ostetricia-ginecologia presso la Clinica Mangiagalli di Milano: insieme con Giovanbattista  Candiani, fu il primo ad eseguire un’interruzione di gravidanza in Italia dopo l’introduzione della 194/1978, ma riteneva più che necessaria la presenza dei CAV Centri di Aiuto alla Vita accanto ai reparti di ostetricia. Era e rimaneva (illogicamente) a favore della 194/1978. Rilasciava tuttavia questa dichiarazione: «Sono ateo, l’ho già detto? Io non credo in Dio, non ho la grazia della fede, che vuole che le dica? Quindi scriva scriva scriva che il dottor Pardi Giorgio è ateo o, se preferisce, è un laico. E aggiunga anche che per ritenere l’aborto un omicidio non serve la fede. Basta l’osservazione. Quello è un bambino. L’aborto è un omicidio. Difendo ancora la 194, ma è soprattutto nella parte a tutela della vita che andrebbe applicata. Perché l’interruzione di gravidanza è una ferita che non si cicatrizza». https://www.tempi.it/giorgio-pardi-laborto-un-omicidio/

Dott. Luciano Leone
Medico Chirurgo, specialista in Pediatria
Comitato ProLife Insieme

RU-486 e rischi per la donna: commento del dott. Roberto Festa

RU-486 e rischi per la donna: commento del dott. Roberto Festa

Egregio Direttore,
Leggo sulla sua testata un articolo e da medico le chiedo di poter intervenire. https://news-town.it/2024/12/16/affari-pubblici/ginecologia-san-salvatore-solo-3-medici-su-13-non-obiettori-di-coscienza/
Lamentare, da parte dei consiglieri politici, la sospensione del servizio di distribuzione della pillola abortiva RU-486,  significa non essere ben informati. Occorre infatti che costoro sappiano e ricordino che l’aborto farmacologico presenta una frequenza di complicanze da 3 a 7 volte superiori rispetto all’aborto chirurgico, che comprendono emorragie, infezioni, etc. fino alla morte materna.
(https://osservatorioaborto.it/i-costi-della-legge-sullaborto-e-gli-effetti-sulla-salute-delle-donne/)
Complicanze che aumentano con l’avanzare delle settimane di gravidanza.
In particolare, il mancato o incompleto aborto aumenta con l’età gestazionale, rappresentando il 5% dei casi nelle gravidanze di 8-9 settimane.
https://www.msdmanuals.com/it/casa/problemi-di-salute-delle-donne/pianificazione-familiare/aborto
Ovviamente poi, l’aborto chirurgico è praticamente indolore sul piano fisico, con una procedura che si completa in poche ore, mentre l’aborto farmacologico è doloroso e dura alcuni giorni.
Pertanto, optare per l’aborto farmacologico richiede una organizzazione e una capacità di seguire la donna superiori a quelle richieste per l’aborto chirurgico, contrariamente a quanto si potrebbe immaginare.
Inoltre, poiché la procedura non è immediata e la donna potrebbe trovarsi a dover raccogliere in autonomia i resti abortivi (cioè il corpicino dell’ embrione), nel caso di aborto farmacologico bisognerebbe sempre spiegare alla donna almeno altre due cose :
1. che fino all’assunzione della seconda pillola (la prostaglandina) può esercitare la facoltà di ripensamento e provare a salvare il bambino assumendo adeguate dosi di progesterone;
2. che il materiale abortivo contenente i resti dell’embrione, più o meno grande e visibile a seconda dell’epoca gestazionale, può essere raccolto e avviato a inumazione al cimitero, eventualmente passando per il servizio sanitario che ha seguito la donna per la procedura.
3. che la donna soffre per decenni di sindrome post abortiva, come confermano gli psicologi che intervengono per aiutarla a elaborare il lutto, ma come testimoniano anche i sacerdoti che accolgono le confessioni reiterate di chi non riesce a perdonarsi per l’aborto commesso anni e anni prima.

Per tutte queste ragioni, conviene pensare alla donna non come a un automa cui si può propinare qualsiasi veleno ( in America la RU era nota come “ kill pill” per l’alto numero di decessi che ha causato, come anche in Italia, anche se non se ne parla) ma come a essere prezioso che può scegliere di valorizzare la maternità e portare avanti una gravidanza, anche se si presenta inaspettata.
Grazie dell’ascolto
Per “Pro Life Insieme”
Dott. Roberto Festa
medico di base

Ivg farmacologica in Campania. Banalizzare l’aborto a rischio della donna

Ivg farmacologica in Campania. Banalizzare l’aborto a rischio della donna

La nuova Amministrazione regionale della Campania, recentemente eletta, non ha perso tempo nel produrre una direttiva sanitaria che, al di là delle dichiarate ed enfatizzate finalità – “mettere al centro i diritti, la dignità e la libertà delle persone”, con la volontà di incentivare l’IVG farmacologica quale “pratica sicura e altamente raccomandata (OMS), in grado di tutelare la salute fisica, emotiva e psicologica” – non farà altro che portare danno alle stesse donne che vi ricorrono, ma anche al tessuto sociale già sofferente per la denatalità.
Ci sono poi da considerare le ricadute sul piano educativo per le giovani generazioni che già vivono una sessualità completamente deresponsabilizzata nei confronti della generatività. Questa pratica di aborto volontario infatti, risolvibile con due pillole, ingerite con tutta tranquillità –così vien fatto credere – la seconda anche a domicilio, non fa altro che banalizzare l’aborto stesso. Come si trattasse di una qualunque prestazione sanitaria. Tragicamente invece, viene colpevolmente “occultato” alla coscienza della donna il soggetto principale che determina la sua nuova situazione biologica ed esistenziale: l’essere umano nella sua fase iniziale di sviluppo, vivente in lei madre.
La fragilità della vita umana appena concepita e avviata allo sviluppo intrauterino viene proditoriamente aggredita e cancellata per corrispondere ad una falsa idea di libertà e dignità umana. Falsa perché nega la parte più evidente della realtà! E la versione cosiddetta “farmacologica” dell’intervento abortivo favorisce ulteriormente questo pensiero di negazione del valore della vita umana fin dal suo concepimento. Il volerlo considerare un “diritto” di scelta innovativa rispetto alle “modalità vecchie e anacronistiche” di aborto volontario, inganna ancor di più le coscienze e svuota il significato alla parola dignità.
Entrando nel merito specifico della dichiarata “tutela della salute delle donne” e di “garantire alle donne percorsi assistenziali sicuri, appropriati e gratuiti, nel pieno rispetto delle loro scelte e della loro dignità (come dichiarato da Roberto Fico, Presidente della Regione Campania)”, per correttezza e rispetto della verità, invitiamo a considerare i dati riportati nell’ultima Relazione del Ministero della Salute al Parlamento sulla L.194, relativi all’anno 2023, sulle conseguenze fisiche immediate della IVG farmacologica a confronto con quelle della IVG chirurgica. Come riportato nelle tabelle allegate, pubblicate nel nostro Comunicato Stampa n.2 del 31.03.2026, – pur nella incompletezza del dato nazionale per ben 1020 casi – le complicanze della IVG farmacologiche sono significativamente maggiori in numero e qualità rispetto a quelle conseguenti all’intervento chirurgico. In particolare, si constata quanto sia molto più frequente la necessità della donna di ricorrere ad un ricovero ospedaliero per il completamento chirurgico dell’aborto dopo fallimento o mancata/incompleta espulsione a seguito dell’assunzione del Mifepristone (RU486) e della Prostaglandina (Misoprostolo).
Sempre per onestà intellettuale, suffragata da numerosi lavori scientifici e dall’esperienza professionale, bisogna anche considerare quell’aspetto che la Relazione ministeriale omette da sempre, e che invece non è affatto secondario: le complicanze psicologiche della donna nel post-aborto, in particolare quello chimico detto farmacologico. La condizione di rendere la donna più autonoma nel gestire il suo aborto, come se l’ambiente casalingo a differenza di quello ospedaliero le garantisse minore stress, è paradossalmente più impattante sulla sua psiche. Si ritrova infatti da sola a sostenere gli effetti collaterali della Ru486 e del Misoprostolo (dolori crampiformi addominali, nausea e vomito, diarrea, cefalea e febbre, emorragia che può richiedere anche trasfusioni), e per un tempo di attesa (ansiogeno) di durata non prevedibile, fino all’espulsione del feto e degli annessi placentari. Dopo la 7^ settimana di gravidanza, e meglio alla 9^ compresa (tempo massimo nel quale si può effettuare l’aborto farmacologico) è anche possibile riconoscere la morfologia completa del piccolo feto tra i coaguli di sangue espulsi, e questa visione non può non colpire la sfera psichica della donna.
Quanto dunque gli Amministratori campani vantano di voler organizzare, alla luce dei dati oggettivi suddetti, l’aborto farmacologico è un atto ancora più lesivo della dignità della donna, della sua salute fisica e psichica, indotta ad essere responsabile, in prima persona, della eliminazione diretta del figlio.
Pertanto, questa della Giunta regionale della Campania, non può essere affatto considerata una scelta di civiltà. Ci saremmo invece aspettati in tal senso, provvedimenti più diretti alla tutela della fertilità e della maternità delle donne campane, per una sanità davvero “più equa, inclusiva (affermato da noi: anche dei nascituri!) e vicina alle persone”, volendo riprendere le parole dell’Assessore alle Pari Opportunità della Regione Campania, Claudia Pecoraro.

Dr. Alberto Virgolino – Presidente AIGOC
Comitato Pro-life insieme
www.prolifeinsieme.it

https://www.corrierenazionale.net/2026/04/27/ivg-farmacologica-in-campania-banalizzare-laborto-a-rischio-della-donna/

https://www.ilgiornaledisalerno.it/aborto-farmacologico-senza-ricovero-il-comitato-pro-life-insieme-nssuna-scelta-di-civilta-dalla-regione/

La transizione di genere riduce il rischio di suicidio? Dott. Giovanni Viviani

La transizione di genere riduce il rischio di suicidio? Dott. Giovanni Viviani

“O transizione o suicidio”: questa l’alternativa (potremmo definirla ricatto) a cui tanti genitori di ragazzi/ragazze trans sono stati messi di fronte.

La narrazione dominante nel mondo LGBTQ+ sostiene che i “ragazzi trans” corrono un rischio maggiore di suicidio se non ricevono un immediato accesso alle cure di affermazione di genere. L’ aumento del rischio suicidario non sarebbe dovuto a una preesistente instabilità mentale, bensì alla mancata validazione dell’identità di genere.

A sfatare questo mito è uno studio finlandese pubblicato sulla rivista Acta Paediatrica   (Psychiatric Morbidity Among Adolescents and Young Adults Who Contacted Specialised Gender Identity Services in Finland in 1996–2019: A Register Study).https://onlinelibrary.wiley.com/share/CSUS7U2YGNW5MTVVJWKT?target=10.1111/apa.70533

Sono stati esaminati 2.083 giovani sotto i 23 anni che si sono rivolti ai servizi specialistici del sistema sanitario nazionale finlandese.

I risultati sono chiari: tra gli adolescenti che hanno ricevuto trattamenti di affermazione di genere la morbilità psichiatrica (depressione, disturbi alimentari, tentativi di suicidio e altre gravi patologie mentali) è aumentata notevolmente durante il follow-up. Prima dell’invio ai servizi specialistici, il 45,7% dei giovani con disforia di genere presentava già problemi di salute mentale, contro il 15% della popolazione di controllo. Due anni o più dopo l’inizio del percorso di transizione, la percentuale saliva al 61,7%, contro il 14,6% del gruppo di controllo. Dopo l’intervento del sistema sanitario la situazione peggiorava.

Ancora più rivelatore è il confronto tra chi ha proseguito con ormoni e chirurgia e chi ha interrotto o rifiutato il percorso. Gli adolescenti che non hanno assunto bloccanti della pubertà né si sono sottoposti a interventi chirurgici hanno mostrato un aumento molto minore dei problemi di salute mentale. In altre parole, astenersi dalla transizione ha prodotto esiti migliori.

Lo studio finlandese dimostra quindi che la disforia di genere si accompagna spesso ad una grave vulnerabilità psichiatrica preesistente e che i trattamenti di affermazione di genere, anziché risolvere il problema, lo aggravano.

In precedenza altri studi  avevano dato risultati sovrapponibili.

Secondo la Cass review (che ha determinato il cambiamento dell’ approccio al trattamento della disforia di genere nel Regno Unito): “Tragicamente le morti per suicidio tra le persone trans di tutte le età continuano a essere al di sopra della media nazionale, ma non ci sono prove che i trattamenti di affermazione di genere riducano questo dato. Le prove disponibili suggeriscono che questi decessi sono legati a una serie di altri fattori psicosociali complessi e a malattie mentali.”

Uno dei problemi centrali nel lavoro sulla disforia di genere è proprio quello relativo alla complessità clinica e alle variegate comorbidità presenti in questo ambito: disturbi d’ansia e dell’umore; disturbi di personalità e disturbi dissociativi, disturbi schizofrenici, disturbi alimentari e altri disordini ad implicazione corporea, disturbi del neurosviluppo, tra i quali, ben accertati, l’ADHD e soprattutto i disturbi dello spettro autistico.

Chi sostiene la terapia affermativa parla di “co-occorrenza” anziché “comorbidità”: cioè, per esempio, la contemporanea presenza di autismo e disforia di genere indica la presenza di 2 quadri distinti, che vanno tratti autonomamente; in altre parole, la presenza di autismo (o di altre psicopatologie) non controindica l’avvio del processo di transizione.

Ma la recente letteratura psicologica/psichiatrica insiste sul fatto che la popolazione transgender è una popolazione complessa che necessita di una attenta assistenza psicologica, e che né la transizione ormonale, né quella chirurgica risultano risolutive rispetto ai loro problemi di fondo. 

Non si può trattare la disforia di genere come qualcosa di separato dal resto della persona.

Uno studio pubblicato sull’Oxford Journal of Sexual Medicine ha rilevato che sottoporsi a un intervento chirurgico per il cosiddetto “cambio di sesso”, lungi dal ridurre i tassi di depressione tra i disforici di genere, aumenta sostanzialmente i tassi non solo di  depressione, ma anche di ansia, ideazione suicida e disturbi da uso di sostanze.

I maschi sottoposti a intervento chirurgico avevano un tasso di  depressione del 25,4%, rispetto all’11,5% di coloro che non si erano sottoposti. Le donne sottoposte all’intervento  avevano un tasso di depressione del 22,9%, rispetto al 14,6% di quelle che non si sono sottoposte all’intervento.

Tornando allo studio finlandese, possiamo concluderecon gli autori che la morbilità psichiatrica dopo riassegnazione di genere negli adolescenti aumenta, invece che ridursi, e che “alla luce dei presenti risultati, i disturbi psichiatrici gravi non sembrano attribuibili principalmente alla disforia di genere”, ma ad una condizione di sofferenza psicologica pregressa, e che: “si è osservato un aumento considerevole della necessità di trattamento psichiatrico tra gli adolescenti che si erano sottoposti a terapia ormonale di riassegnazione”.

Quindi “i disturbi psichiatrici richiedono un trattamento adeguato indipendentemente dall’identità di genere del giovane”.

E’ per tale motivo che le linee guida finlandesi fin dal 2020 individuano nella psicoterapia la prima linea di intervento per gli adolescenti con disforia di genere, raccomandando un trattamento mirato delle comorbidità prima di considerare qualsiasi opzione medica collegata alla disforia.

 Dott. Giovanni Viviani. Medico chirurgo

Comitato “ Pro-life insieme “

http://www.prolifeinsieme.it

https://www.adhocnews.it/la-transizione-di-genere-riduce-il-rischio-di-suicidio/